Giorgia Cantini, l’investigatrice privata bolognese, è tornata in una nuova indagine, la settima, che ha per protagonisti gli adolescenti. In un marzo che sembra più un inverno che non l’inizio della primavera, viene incaricata di capire cosa faccia Libero, un ragazzo ancora minorenne. La madre preoccupata pensa che faccia parte di un brutto giro, di una baby gang, vuole che Cantini gli parli, ne diventi amica, che capisca come passa il tempo, cosa pensa. Non è un lavoro per lei, Giorgia Cantini non è interessata a diventare amica di un adolescente in profonda crisi, alla fine però accetta, anche perché, come le ricorda spesso la sua assistente Genzianella, ci sono i conti da pagare. Mantenersi occupata poi le impedisce di pensare costantemente a Bruni. Non è una donna facile Giorgia Cantini, troppo spesso evita nuovi incarichi, anche facili e con maniere piuttosto ruvide convince i potenziali clienti a soprassedere. Sarà per la descrizione del meteo, sarà per l’argomento, Giorgia Cantini mi sembra sempre più cupa, insoddisfatta e in qualche modo ripiegata su sé stessa. Nonostante non sia per niente convinta dell’indagine, Giorgia trova il modo di parlare con Libero, cerca di capire il disagio che affligge il ragazzo, conosce i suoi amici. Il suo sguardo sui ragazzi è curioso e non giudicante, rivede se stessa e i suoi amici, comprende le loro fragilità. La morte, di Iris, la bella e intraprendente ragazza di cui tutti sono invaghiti, che ha da poco cambiato casa e quartiere, a causa di una brutta storia di festini a luci rosse, getta Libero ancora più nella disperazione, anche lui è fra i sospettati, Cantini indaga e nel farlo si trova a tu per tu con Bruni, nonostante lui abbia incaricato un suo collaboratore delle indagini. Il comportamento distaccato di Bruni ferisce Giorgia ancora di più e il dolore per la fine della loro storia la lascia priva di forze, devastata e sempre più cinica.
L’atteggiamento di Giorgia Cantini con i ragazzi le permetterà di chiarire l’omicidio di Iris, lasciandole la consapevolezza di quanto siano importanti gli amici, quella famiglia che ti scegli al di fuori dei legami di sangue, l’amicizia come forma di resistenza a una vita senza senso
Lo scrittura di Grazia Verasani, diretta, centrata, scarna e lucida mi piace, la apprezzo da sempre. In questo libro ho avvertito un dolore sordo, di fondo, una cupezza che partendo dalla descrizione del tempo, passa a quella delle persone e delle azioni. Verasani riesce a coinvolgere chi legge, i disagi dei protagonisti sono i disagi di tante persone attorno a noi, chi ha a che fare con gli/le adolescenti sa quanto la pandemia abbia minato la loro crescita. I disagi psicologici sono aumentati negli ultimi anni, le fragilità di questi ragazzi sono quelle di un mondo nel quale tutte e tutti hanno perso il senso dell’orientamento.
Bologna è come sempre coprotagonista della vicenda, le periferie narrate simili a quelle delle altre città, desolanti e prive di opportunità per i più giovani. Più volte leggendo ho visualizzato i luoghi, sentito nel profondo la difficoltà di vivere dei protagonisti.
Grazia Verasani, sapientemente, ha dosato gli ingredienti di una storia che riguarda la società intera, che fa riflettere sulle fragilità e sulle conseguenze delle scelte.
Ne consiglio la lettura, a chi già conosce il personaggio perché non resterà deluso da questa storia, a chi si interessa della dimensione sociale del noir perché troverà personaggi profondi e reali e naturalmente a chi gradisce storie scritte bene.


