Wilma Montesi. La ragazza del secolo
Torvaianica, 1953. All’alba, il corpo di una giovane donna viene ritrovato sulla spiaggia, abbandonato dal mare come un segreto scomodo. È Wilma, ventun anni appena, una vita interrotta troppo presto. Ma la sua voce non tace: racconta la propria storia ripercorrendo un’infanzia romana, un padre falegname sempre al lavoro, una sorella e un fratello a lei distanti, una madre che tenta, ma sembra non riuscire mai. E poi c’è lei, Wilma, bella e dalle gambe lunghissime, così tentata dalla “dolce vita”, dalla fabbrica dei sogni di Fellini, dallo splendore abbagliante di un mondo che cambia più in fretta di lei. Con ironia tagliente e una dolcezza che non chiede scusa, Wilma ricostruisce il cammino che l’ha portata fin lì, trasformando la sua morte in un racconto di libertà, desideri e contraddizioni. Una storia che parla di una ragazza comune, che ha voluto troppo dalla vita come tante altre della sua età che odiano la mediocrità. Allora come oggi.
Trevisan offre un racconto che oltrepassa le barriere tra le classi sociali e le ipocrisie di un’intera nazione che – troppo presa a ripulirsi dagli orrori della guerra – si è voltata dall’altra parte davanti alla morte di un’innocente, restituendo finalmente dignità a una ragazza vittima del suo tempo.
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Penna Leggendaria
Claudia Proietti
Claudia Proietti nasce a Roma nel 1985. Appassionata lettrice di gialli, noir e thriller, è laureata in Lingue Straniere. Pubblica molto giovane L’Alba della notte, un dark romance dalle tinte gotiche. Per anni accantona la scrittura creativa, ma collabora con diverse riviste online. Nel 2021 pubblica Imprese (im)Possibili di Animali Straordinari, raccolta di fiabe illustrate, nel 2022 il romanzo fantasy 2042 (PAV Edizioni) e il romance Parlami di me (Kdp). Nel 2023 esordisce nel noir con La coscienza del male che ottiene la menzione della giuria al Premio Nabokov 2024 sezione crime, il secondo posto al Garfagnana in Giallo 2024 (sezione “giallo classico”) e la menzione speciale al Festival Giallo Garda 2024. Molti suoi racconti sono presenti in antologie. Tra i riconoscimenti più importanti ci sono il premio al miglior racconto inedito al Garfagnana in Giallo 2023, la menzione giuria al Premio Moby Dick 2023 e il terzo posto al Mystfest Gran Giallo di Cattolica 2024. Cura la collana GiallOscuro (giallo e noir) di PAV Edizioni. Ha co-condotto la rubrica L’altro occhio nel programma Tra il dire e il male (CusanoTV). A novembre 2024 uscirà il suo secondo noir. È sposata e ha due bambine. Si occupa di ragazzi con DSA e ADHD. Ama il disegno, la pittura e la psicologia criminale.

Wilma Montesi. La ragazza del secolo di Lucio Trevisan

Recensione a cura di Claudia Proietti

Wilma Montesi. La ragazza del secolo di Lucio Trevisan, edito da I Dobloni, è un romanzo che va oltre la mera ricostruzione di uno dei casi di cronaca nera più oscuri e mediatici dell’Italia del dopoguerra. Esso, infatti, svolge la coraggiosa funzione di memoir narrando, proprio attraverso la voce di Wilma, i sogni di una ventenne di periferia, le ambizioni cinematografiche, il lato oscuro della borghesia – con i retroscena dei festini di Capocotta – e, infine, i depistaggi di Stato.

Il caso Montesi, deflagrato come una vera e propria bomba mediatica nell’Italia post-bellica che quasi rifiutava ormai il concetto di crimine, ha sancito una vera e propria perdita di innocenza della nazione in rinascita. Questo libro, originale e coraggioso, si distanzia dalla dimensione saggistica di ricostruzioni e documentazione della cronaca, ma compie un’operazione letteraria tanto audace quanto originale restituendo voce e, in qualche modo, identità al cadavere di Wilma, che si racconta nella sua intimità più profonda: non più solo come “la vittima di Torvaianica”, ma come una ventenne affamata di vita, di vanità e di successo, alla quale è stato rubato il futuro in modo brutale.

Il primo e importante elemento di rottura rispetto al canonico racconto di questa vicenda è, senza dubbio, il registro linguistico utilizzato dall’autore, che conferisce a Wilma una voce tanto pragmatica e proletaria quanto poetica nel suo essere popolare. Il romanesco verace, che sa però elevarsi a una dimensione filosofica in alcuni tratti, conferisce uno stile potente e assolutamente fuori dagli schemi al racconto, eliminando del tutto la barriera letteraria tra il personaggio e il lettore. Wilma non parla da vittima dall’alto di chissà quale dimensione ultraterrena; anzi, addirittura smentisce l’idea dell’aldilà, focalizzandosi invece sul suo essere ragazza di periferia, a quei tempi, in cui tutto era in ripresa e tutto era in fervore, compreso il mondo patinato del jet set al quale lei — bella, slanciata e prosperosa — aspirava di arrivare, nonostante un matrimonio già combinato e un futuro che sarebbe stato già scritto se non fosse stato stroncato da una mano omicida.

Sotto la superficie della ragazza “casa e chiesa”, figlia di quella periferia senza troppe pretese, Wilma si racconta come desiderosa di vita, esperienze e padrona della propria femminilità. E proprio restando in tema di femminilità, non si può non notare la presenza originale e approfondita delle donne che ruotano attorno alla vicenda, in una sorta di geometria al femminile che vede al centro Wilma, ma che la circonda di donne che sono, ognuna a loro modo, complici, nemiche o custodi di quel suo sogno di emergere.

C’è la madre Adele, con la sua austerità, che però non esita a caricare sulle spalle della figlia il peso di una bellezza che è quasi condanna, tanto è piena di voglia di riscatto. C’è la sorella Wanda che, al contrario di Wilma, incarna e accetta a tutti gli effetti quel ruolo di rassegnato “angelo del focolare” che non può pretendere altro se non un buon marito e una casa dignitosa. Poi ci sono le donne “opposte” eppure più vicine a Wilma: Anna Maria, soprannominata “il cigno nero”, la ragazza benestante del nord che incarna quella borghesia pregna di rabbia e cinismo e che ambisce al successo quasi come le fosse dovuto, ma che poi si trova paradossalmente a difendere l’onore di Wilma scoperchiando il vaso di Pandora dei festini viziosi di Capocotta. La figura di Anna Maria non fornisce solidarietà a quella di Wilma; l’incontro tra le due è più una collisione di classe, uno scontro nel quale inevitabilmente Wilma finisce per pagare il prezzo più alto. Non ultimo, merita di essere citata anche l’attrice Alida Valli, che rappresenta l’elemento di distrazione e di “purificazione” di uno dei potenziali colpevoli, Piero Piccioni, bonificando con la sua deposizione, e ancor di più con la sua presenza scenica, l’immagine del “figlio di papà” che non paga mai per i peccati che compie.

Il libro, esaminando il caso, non può fare a meno di trattare il clamore politico e giudiziario che il ritrovamento del corpo della ragazza ha scatenato. La narrazione, in questo caso, sferra un attacco plateale alla sentenza giudiziaria e lo fa con un sarcasmo tagliente, citando la versione ufficiale del 1957 che vuole Wilma, giovane, ingenua e – in quel contesto – un po’ sprovveduta, che si toglie reggicalze e calze per bagnarsi i piedi al tramonto, morendo per un malore causato dal ciclo mestruale nel tentativo di curarsi un’infiammazione al tallone. Come se morire per un pediluvio potesse giustificare l’assenza di indumenti intimi e la presenza di segni visibili sul volto della giovane. Questa menzogna di Stato, confezionata a mestiere per proteggere l’élite politica e sociale italiana, è raccontata dalla stessa Wilma in modo sensoriale, attraverso l’odore delle colonie costose degli imputati privilegiati come Piero Piccioni e Ugo Montagna, i quali — assolti da una giustizia snaturata — segnano il trionfo della casta che sotterra la verità sotto le bugie istituzionali per non perdere il suo ruolo privilegiato.

Ma quello che è forse l’elemento più originale del testo è la percezione dell’epilogo contemporaneo. L’autore si pone il quesito di cosa sarebbe Wilma oggi e di come i social avrebbero divorato e consumato la vicenda – in un ciclo di appena ventiquattr’ore – tra piattaforme come Instagram e TikTok, ponendo l’attenzione su come i mezzi cambino l’evoluzione delle vicende di cronaca pur mantenendo intatta quella imperitura curiosità morbosa, tipica del “poliziotto dilettante” che alberga in ognuno di noi, che non si è affatto spenta né attenuata, solo digitalizzata e coperta dalla maschera dei dispositivi elettronici. Wilma oggi diventerebbe un hashtag, un argomento da talk show, non più un mistero politico ma il caso da risolvere a tutti i costi, anche dimenticando il volto della vittima.

Questo è l’intento principale dell’autore che lo accomuna ai precedenti tentativi di chi, prima di lui, ha voluto approfondire il caso Montesi: restituire “un volto oltre la fotografia in bianco e nero”, un’esistenza e una dignità a una ragazza che questa volta non si limita a far parlare gli altri, ma racconta la cronaca del suo assassinio, con la sua voce chiara e limpida.

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