Un bacio di fuoco di Togawa Masako
Recensione a cura di Claudia Proietti
La nuova “farfalla” della celeberrima e meravigliosa collezione nera di Marsilio Editori è Un bacio di fuoco di Masako Togawa, una delle più popolari scrittrici di noir giapponesi, scomparsa nel 2016. Non si tratta di un romanzo postumo; il testo infatti venne pubblicato originariamente in Giappone nel 1978 per approdare in Italia nel 1995 per Il Giallo Mondadori. L’opera, ripubblicata oggi da Marsilio, è una storia raffinata e spietata che si muove lungo i binari del mystery giapponese d’autore, presentandosi come un noir psicologico di alto livello. La costruzione ricorda una complessa architettura di specchi e inganni, il romanzo parte da una serie in una Tokyo inerme e impreparata per addentrarsi gradualmente nelle pieghe più oscure dell’animo umano, dove sentimenti primordiali come vendetta, gelosia, senso di colpa e ricerca della propria identità si sovrappongono fino a confondersi.
La vicenda si apre proprio sullo sfondo della città ferita da roghi dolosi e sistematici; ogni episodio sembra essere la conclusione di rituali precisi a opera di un’entità misteriosa: un’ombra furtiva legata a figure grottesche ed enigmatiche, come un misterioso “uomo pipistrello” o inquietanti presenze legate al mondo dello spettacolo di strada.
A guidare l’indagine ufficiale c’è l’ispettore Ryōsaku, affiancato da un anziano e disincantato commissario. Tuttavia, ciò che all’inizio appare come la semplice caccia a un piromane seriale si rivela ben presto un intricato puzzle. L’indagine incrocia infatti le vite di tre uomini che condividono un legame doloroso risalente ai tempi dell’infanzia: un vigile del fuoco tormentato, un giovane rampollo di una ricca famiglia legata al mondo delle assicurazioni e lo stesso ispettore. Attorno a loro ruota una costellazione di figure familiari e ambigue, che va da madri protettive fino all’ossessione ad anziane matriarche dominate da una implacabile sete di vendetta, passando per giovani infermiere ciniche e calcolatrici e loschi intermediari rimasti nell’ombra. Ogni incendio diventa la tessera di questo puzzle che prende forma all’interno di una cornice legata a una tragedia avvenuta ventisei anni prima, la cui vera natura è rimasta sepolta sotto una spessa coltre di reticenze e menzogne.
La forza principale della storia risiede indiscutibilmente nella sua struttura narrativa. Il romanzo rifiuta la classica linearità del poliziesco procedurale preferendo una prospettiva multifocale, in cui ogni capitolo dà voce ai diversi attori della vicenda, siano essi gli investigatori, le vittime, i sospettati o le menti dei veri ideatori dell’inganno, alternandone continuamente il punto di vista. Questo cambio continuo di prospettiva accentua la tensione drammatica da subito altissima, permettendo al lettore di comporre il quadro pezzo dopo pezzo, sebbene la verità non sia mai totalmente chiara fino all’ultima pagina. La narrazione procede infatti per stratificazione, facendo sì che ciò che nel capitolo precedente sembrava una certezza venga continuamente smentito o riletto sotto una nuova luce nel capitolo successivo.
Attraverso questo meccanismo, il libro sviluppa temi psicologici molto rilevanti e simbolici. Il fuoco è un elemento fortemente allegorico che incarna la distruzione, la catarsi, la purificazione rituale e una passione divampante che consuma chi la nutre. In parallelo, il romanzo esplora in modo impietoso le dinamiche familiari deviate, soprattutto il conflitto generazionale e la manipolazione psicologica esercitata da figure dominanti che tendono a trasformare i propri cari in pedine.
Sullo sfondo si avverte la costante falsità delle apparenze: in una società formale e codificata come quella giapponese, la maschera pubblica finisce spesso per nascondere mostri interiori, egoismi sfrenati o traumi mai davvero superati.
Ne sanno qualcosa i personaggi del romanzo, ciascuno guidato da motivazioni personali profonde che rendono le azioni dei singoli terribilmente umane, per quanto spietate. Nessuno è soltanto cattivo o soltanto buono. I tre amici d’infanzia incarnano tre declinazioni diverse dello stesso trauma giovanile: Ryōsaku cerca la verità attraverso la legge e il rigore, Ikuo vive una costante ricerca di riscatto spinta dal senso del dovere e dalla vulnerabilità emotiva, mentre Michitarō incarna la figura tragica per eccellenza, schiacciata dal peso del nome di famiglia e dalle aspettative altrui. Le figure femminili si impongono come i personaggi più forti, complessi e memorabili: anziane matriarche mosse da un odio viscerale che sfida il tempo, madri soffocate dai sensi di colpa, giovani donne apparentemente angeliche che celano un cinismo a tratti malvagio. La psicologia femminile viene scandagliata con profonda e spietata lucidità, a cui fa da contraltare lo sguardo disincantato del commissario, colui che ha compreso da tempo che la giustizia formale e la verità emotiva coincidono molto di rado.
Lo stile di scrittura è asciutto, elegante ed evocativo. La prosa combina la precisione dettagliata del giallo classico giapponese con un’atmosfera teatrale e a tratti melodrammatica, richiamata anche dai continui riferimenti all’opera lirica e alla tragedia classica. Questo mix è la cifra stilistica riconosciuta come tipica dell’autrice, che però (soprattutto in questo romanzo) ha dimostrato anche straordinaria abilità nel descrivere le scene degli incendi con un realismo sensoriale vivissimo – dall’odore soffocante del fumo al bagliore accecante delle fiamme, fino al calore mortale – alternandole con grande naturalezza a momenti di profonda introspezione psicologica o a dialoghi sibillini ricchi di sottotesti.
Tra i principali punti di forza dell’opera spiccano un intreccio ben congeniato, una caratterizzazione psicologica accuratissima e un ritmo incalzante. Nota di merito va alla conclusione: un epilogo basato sull’ironia più tragica che punisce le ambizioni e le malvagità dei personaggi in modo davvero beffardo.
La fitta rete di parentele, coincidenze e relazioni pregresse potrebbe risultare all’inizio un po’ complessa da seguire o apparire leggermente artefatta, per quanto la teatralità dell’intreccio sia una scelta voluta e consapevole. Inoltre, il cinismo imperante e la quasi totale assenza di figure puramente salvifiche potrebbero lasciare un senso di amarezza in chi cerca la classica vittoria del bene sul male.
Questo romanzo è caldamente consigliato a chi ama il noir psicologico e il thriller giapponese sulla scia di autori come Seichō Matsumoto o Edogawa Ranpo, ma è indicato anche per chi cerca storie corali, drammi familiari intensi, ossessioni e rancori mai risolti.
Un bacio di fuoco non è un romanzo come un altro poiché molto diverso dagli schemi classici del genere a cui siamo abituati; tuttavia, è un’esperienza di lettura doverosa per chi vuole indagare le declinazioni del noir in una cultura tanto ancestrale e profonda come quella giapponese.


