Recensione a cura di Miriam Donati
«Io son convinto che il tartufo sottoterra soffra di malinconia, che abbia delle curiosità riguardo al mondo e che quel buio attorno gli stia stretto. Quindi, cavarlo da laggiù è come dargli una possibilità.»
«E allora cos’è che lo rende malinconico?»
Si parte da qui, dal titolo e dalla metafora raccontata al protagonista e cioè dall’idea che il profumo di questo tubero germogli o dal rimpianto del buio della terra quando viene estratto o dall’infelicità causata dalla nostra inadeguatezza a capirne fino in fondo i pregi. Insomma la narrazione ci mette davanti alla nostra condizione perenne di non conoscerci o alla paura di doverci conoscere.
Attraverso il terzo noir della serie del commissario Bova – che si può leggere indipendentemente dai precedenti – , l’autore utilizza il mistero del delitto e dell’indagine per cercar di conoscere le contraddizioni dell’animo umano, scardinando le maschere indossate, mostrando attraverso le azioni compiute quello che le parole nascondono.
Il commissario protagonista, soprannominato il Pinguino a causa della muta che indossa quando nuota, è un commissario sui generis, geniale, intuitivo, malinconico, romantico, stravagante, un antieroe fragile anche a causa della vicenda amorosa che lo vede accanto alla persona amata in coma da anni e che, proprio all’inizio del libro, sarà oggetto di una svolta imprevedibile che lo metterà in crisi.
L’indagine ruota intorno all’omicidio di Titti Sbrana, eccentrico pittore novantaduenne trovato ucciso nonostante avesse già pianificato a breve il proprio suicidio assistito. Un delitto che sfida la logica e che trascina il lettore in una trama ricca di misteri, segreti e colpi di scena e che si compone di un caleidoscopio di personaggi interessanti e sfaccettati: dalla squadra investigativa agli ordini del Pinguino alla sua fedele bassotta Gilda gildina, dalla madre Piera, alla collega Olivia, fino all’ambientazione che è altrettanto protagonista in quanto il paesaggio raccontato, che sia la Liguria o il basso Piemonte, sono respiro e gusto, odore e sapore che accompagnano il lettore e in cui il lettore si ritrova.
La scrittura passa dall’ironia alla poesia. Non perdendo mai di vista il racconto, inserisce brevi, ma puntuali riflessioni che portano al sorriso, allo stupore e al coinvolgimento e riconciliano il lettore con la propria umanità.


