La furia
La sera del 27 agosto 1934 cinquantasei ragazzini evadono dalla Colonia penale per minori di Belle-Île-en-Mer, un’isola al largo della Bretagna. Subito le guardie e i gendarmi organizzano una vera e propria caccia, a cui prende parte anche la «brava gente» del posto e perfino qualche turista. La ricompensa è di venti franchi per ogni fuggiasco. In poco tempo tutti vengono catturati. Tutti tranne uno, non sarà mai ritrovato. Quando viene a conoscenza di questa storia Sorj Chalandon pensa: quel ragazzino sono io. Immagina il suo nome, Jules Bonneau, racconta la sua storia. Jules, abbandonato dai genitori, vive in casa dei nonni paterni, che non esitano a liberarsene appena finisce davanti alla Giustizia. A soli tredici anni si ritrova in un cosiddetto Istituto di rieducazione, in realtà una prigione. Dentro quelle mura, Jules impara a farsi rispettare e temere, guadagnandosi il soprannome di Tigna, per sopravvivere a una realtà dominata da soprusi e violenze. E mentre sogna di diventare marinaio, dentro di lui cova una rabbia che fa fatica a contenere. Chalandon si infila nella pelle di un ribelle cresciuto senza amore e scrive il suo romanzo più potente, che più gli assomiglia: «Perché questa rabbia è sempre stata in fermento dentro di me. È una rabbia autobiografica». E a quel ragazzo che avrebbe potuto essere lui, vissuto nell’oppressione degli adulti e della società, offre una possibilità di salvezza, quella di aprire i pugni per accogliere mani amiche, e trasformare la sua furia in bellezza, l’odio in fiducia.
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Inutile nascondere che ho un debole per questo autore che riesce a utilizzare episodi di storia dimenticati per raccontarsi e raccontarci e non importa che si parli di Beirut del 1982 o la miniera dell’Alta Francia degli anni Settanta, ogni volta attraverso le storie dei suoi personaggi con intensità approfondisce per noi la Storia.

Anche questo libro affronta una storia vera: quella relativa alle prigioni, istituite in Francia negli anni Venti, dove molti poveri ragazzi abbandonati e sbandati vennero rinchiusi con il pretesto di essere raddrizzati e corretti, e la sfortunata evasione di Belle-Ile ne è in parte cronaca vera.
Il romanzo nasce dalla rabbia, ne è anche il titolo, e questo sentimento così composito attraversa non solo il protagonista del racconto, ma lo stesso lettore. Chalandon attraverso molte sue interviste racconta della sua infanzia con un padre bugiardo e violento che lo minacciava spesso di mandarlo in riformatorio. Quando, ormai adulto, scopre che il “centro educativo supervisionato” di Belle-Île sta chiudendo si rende conto che quello era il riformatorio a cui lo aveva destinato suo padre. Pertanto il terrore immaginato diventa reale e scrivendo la vicenda dell’adolescente Jules Bonneau può immedesimarsi in quel ragazzo arrabbiato. Con i pochi documenti ritrovati crea una storia intensa e coinvolgente di prevaricazione e di redenzione, un percorso di formazione, una critica sociale e politica alla società del tempo a cavallo tra le due guerre.

Trecento bambini sono rinchiusi in un’isola al largo della costa francese in una casa di correzione chiamata per ironia della sorte Belle-Île-en-Mer, (dove di bello non c’era niente: né rieducazione, né speranza né fiducia). Non hanno commesso veri reati, hanno la colpa di essere orfani, di aver rubato per fame o reagito alle prepotenze e, nonostante siano picchiati, umiliati, violentati e maltrattati ogni giorno, debbono sottostare alle regole di un posto accettato dalla comunità circostante. Ce lo racconta in prima persona il tredicenne Jules Bonneau che è rinchiuso nella colonia penale dopo che, pur non avendo alcuna responsabilità, il nonno ha deciso di punirlo per un incendio a una fabbrica del loro paese e ha dovuto vedere e subire quello che un bambino non dovrebbe mai vedere e subire.
Per difendersi in un luogo di vessazioni e violenze indescrivibili si diventa insensibili e spietati, si diventa “la Tigna”, soprannome che Jules si è guadagnato resistendo a tutte le offese, alle punizioni spietate, ai lavori disumani, senza mai cedere alle lacrime, alla pena, alla’autocompatimento, Il suo rifugio diventa l’immaginazione attraverso la quale sfogare la necessità di una qualche giustizia: punire con i mezzi più efferati i propri aguzzini.

Fino a quando la realtà supera l’immaginazione e cinquantasei ragazzi si ribellano, spaccano tutto urlando, picchiando, colpendo chi li ha feriti, scavalcando i muri e fuggendo.
“Tutto diventava possibile, quando niente lo era mai stato. Colpire chi ci aveva picchiato, distruggere le panche che ci ferivano le carni, rompere i vetri che ci spiavano, rovesciare le nostre ciotole per cani, bruciare i nostri pagliericci, sfondare porte, abbattere muri delle docce […].”

Belle-Île-en-Mer si trova però su un’isoletta impervia, con l’oceano tutt’attorno. E così tutti sono riacciuffati con la complicità dei bravi francesi che si guadagnano venti franchi per ogni bambino catturato e consegnato, tutti tranne uno, Jules Bonneau, detto la Tigna. Da qui inizia la seconda parte della storia con Jules che non solo sopravvive, ma ri-vive con l’aiuto di Ronan, Alain, Patxo e Sophie, personaggi che lo aprono a orizzonti impensati.
La furia è un pugno allo stomaco, perché non è facile accettare che siano esistiti posti del genere e soprattutto vite spezzate come quella di Jules, che rappresenta tutti quei bambini che furono rinnegati e destinati all’isola dai loro parenti, senza la possibilità di crescere serenamente e non riuscendo mai più a ritrovare la fiducia verso il prossimo.

C’è qualcosa che prende la pancia nella scrittura di Chalandon, fatta di frasi brevi, incisive, nell’elaborazione della storia, nei personaggi che ruotano attorno a Jules, forse proprio la rabbia di non vivere liberi, rabbia contro gli oppressori, i delatori, i carcerieri, i ricattatori. Una storia toccante che avvince e coinvolge, una storia che, una volta iniziata, non si può più smettere di leggere. nonostante qualche goffaggine nei dialoghi e nonostante un racconto e una morale a volte fin troppo espliciti. Fa pensare a Victor Hugo, à Jules Vallès, che sono citati, tra l’altro, dall’autore. Sono però rimasta sorpresa dall’apparizione nel racconto di Jacques Prévert, che ha scritto la poesia Chasse à l’enfant (riguardante proprio i cacciatori di bambini da consegnare alla giustizia).

È un libro che parla di mancanze emotive e familiari, di abuso di potere, violenza, sopraffazione e di disperazione, ma alla fine la furia si placa e il pugno riesce a distendersi.

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