Il cielo degli invisibili
A Roma di più sacro del Vaticano c’è solo il paninaro, anche detto lo “zozzone”: l’ultimo baluardo contro l’ipoglicemia e la solitudine, il titolare del chiosco che smercia salsiccia, wurstel, cotolette o hamburger, accompagnati da robusti condimenti ad alto apporto calorico. Il paninaro frigge, unge e sfama facendo le domande giuste. Ma la regola dello zozzone non vale solo a Roma: è un comandamento universale. Otello De Bartolo è un paninaro diverso dagli altri, è un patito della narrativa al punto da aver dedicato il suo menu ai grandi capolavori della letteratura. Ai “Panini parlanti” si addentano prelibatezze che portano nomi unici – “Guerra e pace”, “Madame Bovary”, “Delitto e Castigo” – innaffiate da salse altrettanto uniche: “Edmond Dantès”, “Smaug”, “Padron ’Ntoni”. Il chiosco è un vecchio autobus Fiat anni cinquanta, parcheggiato davanti al Policlinico Umberto I: carrozzeria blu, interni rossi, lavagna luminosa, una piccola biblioteca alle spalle della piastra e un pappagallo cenerino, Virgilio, che urla i prezzi meglio di qualsiasi registratore di cassa. Di notte, tra zanzare e clienti affamati, diventa un avamposto di umanità in una metropoli che corre senza guardare. Poi, un giorno, De Bartolo si accorge che un cliente abituale, Joseph Koné, specializzando ventisettenne presso il Policlinico, non si fa vedere da un po’. E infatti è scomparso nel nulla. A complicare il tutto si aggiungono le morti di alcuni clochard della zona. Ce n’è abbastanza per cominciare a indagare. Ad affiancare Otello nella ricerca della verità ci sono Alice Penna, la giovane aiutante che ha un talento per i social, la Marchesa Margherita, transessuale elegante e fatale, e Giuseppe, senzatetto gentile, tifosissimo del Milan. Il gruppo di detective per caso si ritroverà nei guai e finirà per scontrarsi con il maresciallo dei carabinieri Manlio Buzzini, uomo di cultura raffinata, dottore in filosofia, diverso in tutto da De Bartolo ma al tempo stesso molto simile, che rimarrà affascinato da quegli indagatori fragili e solidali. Il cielo degli invisibili è un romanzo nero e luminoso insieme, una commedia dal retrogusto amaro sulla condizione umana, la storia di una città che divora i propri figli e di chi resiste ai margini.
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Recensione a cura di Dario Brunetti

Il cielo degli invisibili è il nuovo noir sociale dello scrittore italo-francese François Morlupi, uscito per Feltrinelli.

Accantonati i cinque di Monteverdi e l’ipocondriaco commissario Ansaldi, (siam proprio sicuri?) entra in scena un nuovo personaggio; si tratta del paninaro letterato Otello De Bartolo, detto lo “zozzone”, che nel suo chiosco prepara panini maneggiando soldi. I suoi panini hanno qualcosa di davvero speciale, sono denominati “parlanti”. Nel menù si possono scegliere varie tipologie di panini che portano il titolo dei classici della letteratura mondiale: “Guerra e Pace” , “Delitto e Castigo”, “ Madame Bovary”. A seconda dei gusti, i clienti possono arricchirli con un condimento più unico che raro, scegliendo salse del tipo: “Edmond Dantès”, “Smaug”, “Padron ’Ntoni.

Nel suo chiosco che è un vecchio autobus Fiat anni cinquanta, Otello non si fa davvero mancare nulla, ha la sua piccola biblioteca alle spalle della piastra e poi c’è il suo fedele amico Virgilio, un pappagallo cenerino che conosce tutti i prezzi dei vari panini. Di fronte al suo piccolo locale si trova il Policlinico Umberto I, dove lavora Joseph Konè, un giovane che da un po’ di tempo sembra aver fatto perdere le proprie tracce. La sua improvvisa scomparsa insospettisce Otello anche perché l’uomo era un cliente abituale del suo chiosco.

Per Otello è arrivato il momento di indagare. Lo farà grazie ad Alice Penna, sua aiutante da quasi cinque anni che conosce la comunicazione digitale e canali social; alla Marchesa Margherita, una transessuale dai modi raffinati ed eleganti che riesce a trasformarsi in una perfetta femme fatale, una corazza, la sua, per difendersi dal disagio e dal pregiudizio sociale e infine, a Giuseppe, un cortese senzatetto tifoso del Milan.

Ma non sarà solo la scomparsa di Joseph Konè a interessare Otello e i suoi amici: nella zona infatti, sono morti dei clochard in circostanze alquanto misteriose e sulla strada degli improvvisati detective si paleserà la figura di Manlio Buzzini, maresciallo dei carabinieri che, dietro a una rigida veste professionale rivelerà una personalità colta e particolarmente risoluto. Tutti questi personaggi, magistralmente descritti da Morlupi,  riusciranno alla fine a trovare un punto d’incontro?

Nel cielo degli invisibili, lo scrittore ci conduce in una Roma notturna, avvolta in un’atmosfera rarefatta che ne delinea alla perfezione l’essenza visiva e psicologica. Più che una pura scelta stilistica, l’ambientazione diventa un espediente narrativo ben calibrato: la voluta mancanza di dinamicità da parte dei suoi protagonisti gioca un ruolo chiave a vantaggio di una staticità che li rende degli acuti osservatori silenziosi. Non vi è l’impellente necessità di muoversi in una Roma già di per sé caotica, ma di saperla ascoltare.

Ed è proprio l’ascolto che diventa il miglior metodo investigativo per i nostri protagonisti, capaci di prestare l’orecchio a quell’assordante silenzio che regna nei vicoli in cui abita l’abbandono, trasformandosi nel grido soffocato degli emarginati, ovvero dei cosiddetti invisibili della società.

Morlupi descrive una solitudine come una condizione umana che accomuna tutti i personaggi della storia. Questo li rende vivi e dona loro quella autenticità sotto forma di rispetto, amore e nobiltà d’animo che li riscatta da quel senso di marginalità sociale impostata da un mondo indifferente e passivo.

Il cielo degli invisibili non è solo un noir di ottima fattura, ma una scelta di resilienza umana, un’opera consapevole e matura capace di toccare le corde più intime dell’anima.

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