#-3 UN DELITTO AVRÀ LUOGO di Agatha Christie MORTE DELIZIOSA DI UNA SOCIETÀ

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di Enrico Luceri e Giusy Giulianini

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Un enigmatico annuncio pubblicato da un quotidiano locale semina curiosità e stupore nel villaggio inglese di Chipping Cleghorn: “Un delitto avrà luogo venerdì 29 ottobre, alle ore 18.30 pomeridiane, nel villino “Little Paddocks”. Si pregano gli amici di voler prendere nota di quest’avvertimento, che non sarà più ripetuto”.

Ciò che non stupisce è la presenza di amici e conoscenti della signorina Blacklock, proprietaria di Little Paddocks, all’orario in cui il presunto omicidio sarà messo in scena come un party o una festa danzante.

Sembra uno scherzo di cattivo gusto, e invece il morto ci scappa davvero.

L’inchiesta della polizia giunge ben presto a una conclusione rassicurante: l’autore dell’annuncio voleva compiere una rapina e si è sparato involontariamente nel parapiglia scatenato dalla sua apparizione.

Non c’è nessun assassino nascosto nella piccola e tranquilla comunità di Chipping Cleghorn.

Invece no.

La conoscenza della natura umana e un’esperienza criminologica da far impallidire Scotland Yard, permettono a miss Marple di risolvere brillantemente il mistero, dopo altri, inevitabili delitti e colpi di scena.

Il romanzo di Agatha Christie Un delitto avrà luogo è stato pubblicato nel 1950, e ciò che colpisce i lettori, oltre all’inesorabile e convincente meccanismo del giallo classico, è l’acuta analisi in filigrana della media borghesia britannica e delle condizioni in cui vive a cinque anni di distanza dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

La media borghesia, appunto.

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Perché i poveri, ovvero coloro che lo erano prima della guerra, sono rimasti tali, come accade (quasi) sempre.

I borghesi invece hanno subìto un drastico ridimensionamento del loro tenore di vita. E soprattutto hanno assistito impotenti allo sgretolamento della società alla quale erano abituati.

L’impero britannico non esiste più: il gioiello della corona, come amava chiamarla la regina Vittoria, cioè l’India, è diventata indipendente nel 1947, assieme al Pakistan, e altri stati lo saranno in seguito.

Gran parte del suolo del Regno Unito è stato devastato dai bombardamenti tedeschi (circostanza che in un giallo come questo è quanto mai opportuna: in archivi e anagrafi sono stati distrutti documenti e certificati che permettono ora ad ambigui personaggi di spacciarsi con identità altrui), lo Stato è gravato dai debiti contratti per finanziare la guerra ed evita la bancarotta solo grazie a un maxi prestito degli Stati Uniti (ironia del destino, proprio una loro ex-colonia) e a tasse esose, gli equilibri politici mondiali ormai sono garantiti da altre potenze. Mezza Europa è separata dall’altra: da quella che Winston Churchill definisce “an iron curtain” (“una cortina di ferro”), guardandosi bene dal precisare che egli stesso, durante la conferenza di Yalta, ha contribuito a farla scendere da Stettino sul Baltico a Trieste sull’Adriatico.

Questa dunque la grama situazione sociale, economica, politica del Regno Unito nel 1950.

Il razionamento e le tessere annonarie sono ancora in vigore, lo saranno per altri anni, e il malinconico tramonto della borghesia è un pallido riflesso negli occhi attenti dell’anziana signorina Blacklock e della sua amica d’infanzia Dora Bunner, testimoni e protagoniste, insieme a parenti veri e presunti, collaboratori, amici e conoscenti, del delitto che ha infine avuto luogo a Little Paddocks.

Dove giardini un tempo floridi e curati sono ora incolti e abbandonati, o affidati (se va bene) alle attenzioni di qualche vecchietto o di vedove di guerra che si arrabattano zappettando coltivazioni di zucchine o insalata.

Luoghi dove si aggirano signore decadute, giovani non immuni al fascino del comunismo come rimedio alle inaccettabili diseguaglianze sociali, ex-ufficiali dell’esercito coloniale che hanno perso l’antica autorità, e ne conservano solo un formale simulacro.

La quota settimanale di coke, o dell’ancora più prezioso carbone (dei quali sono ricche le miniere del Galles, oltretutto) è garantita a chi può dimostrare di averne bisogno per cucinare.

Già, cucinare.

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Cosa?

Scarseggia tutto e niente si trova facilmente, oltre le modestissime quantità previste dal razionamento.

Mezza bottiglia di Sherry, aperta da chissà quanto, è custodita in dispensa come una preziosa reliquia, e di aprire quella nuova non se ne parla proprio.

Due giovani ricorrono alla dignitosa apparenza del baratto amichevole fra una zucca e un barattolo di miele per un complicato corteggiamento.

Un cesto di mele cotogne, indispensabili per preparare una gelatina delle stesse, è l’espediente per giustificare una visita di cortesia (o un sopralluogo sulla scena del crimine?) e bisogna escogitare sempre nuovi, ingegnosi mezzi per procurarsi gli ingredienti necessari alla colazione o al pranzo.

Però il compleanno della signorina Bunner è un evento da festeggiare come si deve, e allora la padrona di casa chiede alla polemica cuoca Mitzi di cucinare il suo dolce preferito. Quest’ultima è dubbiosa e protesta: “Il signor Patrick l’ha chiamata Morte Deliziosa, La mia torta! Non voglio che la mia torta sia chiamata così”. Ma la signorina Blacklock sa essere convincente, soprattutto se rimedia gli ingredienti che permetteranno alla focosa e tormentata domestica centroeuropea di eseguire la sua ricetta preferita: “Puoi adoperare la scatola di burro che ci hanno mandato dall’America. Un po’ dell’uva passa che teniamo per Natale, e qui ci sono una tavoletta di cioccolata e mezzo chilo di zucchero.

La scatola di burro spedita dall’America.

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British Prime Minister Winston Churchill delivers a speech at Westminster College that addressed the Communist threat, and in which he uttered the now-famous phrase ‘Iron Curtain,’ Fulton, Missouri, March 5, 1946. (Photo by George Skadding/The LIFE Picture Collection/Getty Images)

Sarebbe umiliante se non fosse, in fondo, che la conseguenza inesorabile di uno scambio di consegne fra potenze mondiali: un impero al tramonto e uno all’alba, all’ombra di una scatola di burro.

Una Morte Deliziosa.

Deliziosa per chi sopravvive.

Nel 1950 nel Regno Unito si vive anche di questo: di una scatola di burro inviata dall’America.

Forse è già sbiadita, nella memoria, piuttosto che nelle foto, l’immagine del re Giorgio VI che il giorno della vittoria si affaccia a salutare la folla festante dal balcone di Buckingham Palace, accanto alla regina, alla principessa Margareth e all’erede al trono Elisabeth in divisa da ausiliaria.

La signora Swettenham ricorda che da giovane vedeva sfacchinare per casa sua almeno tre persone di servizio, e sua madre sosteneva che “soltanto le persone molto, ma molto povere, non potevano permettersi una sguattera in cucina”.

La giovane Julia domanda alla signorina Blacklock, “con la curiosità di una persona che sente parlare di un paese sconosciuto”, se è vero che un tempo si trovava di tutto, nei negozi, e se ne poteva comprare a volontà.

Alla risposta affermativa, replica così, in tono quasi sognante: “Che mondo meraviglioso doveva essere!

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Un mondo meraviglioso per molti ma non per tutti: con le sue ingiustizie, inevitabilmente, dove gli esclusi, i diseredati, gli sfruttati non avrebbero comunque mai potuto comprare nulla a volontà. Un proletariato che nel dopoguerra è rimasto tale, mentre la borghesia si è improvvisamente impoverita e perfino la nobiltà, o i proprietari terrieri, che ormai privi di anacronistici privilegi per esigenze di bilancio statale, fronteggiano le spese imposte dalle tasse vendendo pezzo per pezzo le loro tenute. Classi sociali che in questo romanzo di Agatha Christie diventano rassegnati spettatori dell’agonia e morte del loro mondo. Una Morte deliziosa, tuttavia, cucinata con aplomb, un velo di sobrio rimpianto, una spruzzata di malinconia, e soprattutto la certezza che chi promette una vittoria al costo di sangue, sudore e lacrime evita sempre di precisare quanto durerà il pagamento delle spese.

Una frase che è entrata nella Storia come simbolo del coraggio indomabile di una nazione e un popolo verso l’aggressore.

Ed è uscita in un romanzo giallo di Agatha Christie come epitaffio di una società che ha vinto la guerra e perso la pace.

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