Una giuria di sole donne
Un racconto poliziesco che, come un dramma da camera, si svolge tutto nel mondo piccolo e psicologicamente denso di una sola stanza. La «signora Hale» e la «signora Peters» (così si rivolgono l’una all’altra) si ritrovano nella grande cucina della fattoria dove è stato consumato l’omicidio del proprietario. Sono state portate qui dai mariti, cioè il testimone e lo sceriffo, per scegliere degli oggetti personali da far avere alla moglie accusata del delitto. Da quella cucina sono appena passati gli uomini; hanno deriso, un po’ paternalisticamente un po’ con disprezzo, il mondo piccolo delle donne. Adesso sono al piano di sopra e in giro, e si sentono le voci e i passi, mentre cercano inutilmente «prove» e «indizi», il «movente»: cose importanti. La signora Hale e la signora Peters non hanno nessuna intenzione di indagare, non si fanno domande oltre quelle di ogni cucina, non si ritengono all’altezza di nulla di cui sono capaci gli uomini in quelle circostanze. Ma è notando le loro «inezie», invisibili agli uomini, che si avvicinano alla verità del delitto, perché capiscono, con un po’ di rimpianto per non averlo fatto prima, il mistero di quella Minnie, che una volta «era una ragazza piena di vita e cantava nel coro». E così possono esercitare la loro giustizia da pari. Scritto nel 1917, Una giuria di sole donne è stato visto dalla critica come un racconto paradigmatico, un esempio di innovazione sia del genere (il luogo chiuso in cui si svolge l’azione, l’indagine sostanzialmente psicologica, il rovesciamento della nozione comune nel giallo di bene e male), sia dell’idea di giustizia (verso una giustizia non formalistica, ma dell’attenzione e dell’empatia). Susan Glaspell lo rielaborò da una propria precedente pièce teatrale (Inezie), conservando nel racconto la prevalenza del dialogo e l’attenzione al movimento dei personaggi.
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Un racconto che è un prezioso gioiello.

Gioiello di indagine psicologica, gioiello di esplorazione della questione di genere nei primi anni del novecento in America che vale più di tanti rapporti e relazioni storico-sociali.

L’autrice, scrittrice, femminista, raffinata giornalista, drammaturga, vincitrice di un Pulitzer per un lavoro teatrale su Emily Dickinson, pesca da un fatto di cronaca e scrive un pezzo teatrale dal titolo “Inezie” che poi trasformerà nel racconto A Jury of Her Peers e cioè Una giuria di sue pari, senza ottenere successo perché troppo anticipatrice per i suoi tempi. Solo negli anni settanta il testo sarà riscoperto dal movimento femminista che gli ridarà lustro. I due titoli sono estremamente significativi perché è grazie alle piccole inezie che il caso sarà risolto e la giuria improvvisata terrà conto della situazione reale della protagonista senza parola del libro a cui sarà data una voce solo attraverso la scena del crimine.

Siamo nella Contea di Dickson nel Tennessee a marzo 1917 e Marta Hale, mentre soffia il vento di tramontana, è dal marito trascinata fuori dalla sua cucina mentre sta facendo il pane. Il signor Hale si era recato alla fattoria dei Wright per convincere il proprietario a installare il telefono e aveva scoperto il cadavere del vicino a letto con una corda al collo, mentre la moglie, in cucina, con sguardo assente dichiarava di non essersi accorta di nulla. La signora Hale è incaricata di aiutare la moglie dello sceriffo, la signora Peters, a radunare degli effetti personali per la signora Wright che è in carcere, sospettata dell’uccisione del marito.

Sul posto trovano anche lo sceriffo e il Pubblico Ministero che effettuano un sopralluogo per cercare altri indizi di colpevolezza della signora Wright. Le due donne si conoscono solo di vista, sono differenti per indole e ceto sociale eppure si capiscono quasi subito anche senza parlare.

“I loro sguardi si incrociarono – e tra di loro passò qualcosa, come un lampo; poi, quasi con fatica, tornarono a guardare altrove”.

L’indagine ufficiale parte con enfatica padronanza, un affannarsi per tutta la casa da parte dei tre uomini, peraltro inconsapevoli della loro presunzione e boria, mentre le due donne, rimaste in cucina, scandagliano tracce quasi invisibili, notano dimenticanze, piccoli dettagli, inezie, appunto, che gli uomini, deridendole, hanno indicato come piccolo mondo delle donne. Basterà poco trasformare gli indizi in prove che porteranno al movente e al colpevole. La risoluzione del caso non è fatta assumendo un punto di vista e un atteggiamento maschili, ma grazie a uno sguardo tipicamente femminile.

La scoperta non viene però rivelata perché, oltre alla compassione nata dalla constatazione di una realtà fatta di solitudine e violenza, interviene un gesto di resistenza a una società patriarcale che ha come riferimento la figura maschile e prende forma una giustizia fatta di solidarietà femminile.

Al lettore viene consegnato un perfetto marchingegno da camera chiusa e nello stesso tempo il dubbio sulle forme che assume il male oltre le apparenze e di conseguenza sull’abisso che separa la legge dalla giustizia.

Il racconto è conciso, asciutto, brevissimo e la storia si chiarisce in modo semplice ma è ricca di sviluppi umani e sociali e ogni dialogo, ogni gesto e azione sono essenziali per la descrizione dei personaggi e per la trama.

L’autrice è sottile nella denuncia di una giustizia amministrata solo dagli uomini: uomini erano investigatori, avvocati, giudici e giuria. Sembra un mondo a noi lontano e invece si scopre leggendo che continua ad appartenerci. Nonostante i cambiamenti intervenuti nel corso di un secolo la voce radicale della scrittrice contro gli stereotipi femminili continua a risuonare con singolare attualità.

Concludendo: sono tre le donne che diventano un “noi”. In una valle isolata del middle-west degli Stati Uniti chiedono di avere almeno il telefono per parlare tra loro dopo aver assolto tutti i compiti da casalinga loro assegnati e la casalinga più disperata, a cui è stata tolta la voce e che pensa di averla ritrovata attraverso un canarino, si rivolta quando anche questa voce viene spezzata e le altre due casalinghe, a cui basta uno sguardo per capirsi, dopo aver emesso il loro verdetto, tornano a fare il pane e a mungere le mucche. Non è ancora tempo per la rivoluzione, ma è già tempo per azioni di solidarietà isolate.

Il finale, dirompente, si affida a una battuta sarcastica che è lugubre ma perfetta.

Segnalo sia l’introduzione di Alicia Jimenez Bartlett, sia la postfazione di Gianfranca Balestra, professoressa di letteratura anglo-americana, che aggiungono valore al libro.

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