Il bello di questo romanzo, a cavallo tra l’hard boiled e il mistery, sta nella figura della voce narrante, ex giornalista riciclatosi investigatore privato, cardine del noir di azione che, proprio per questo, viene qui declinato in maniera insolita.
Il fatto è che il protagonista, anche nel fare il detective, non smette di essere, e addirittura di fare, il giornalista. Lo rivela il tono del suo raccontare, privo dell’asciutto cinismo che di solito contraddistingue il detective mestierante letterario ed anche, ci sembra di poter azzardare quanti (ne conosco uno solo) nella vita reale svolgono questa professione riguardo a cui viene da dire la frase fatta “è un lavoro sporco ma qualcuno lo deve pur fare”.
Così, (inusualmente, ripeto, ma in modo accattivante) la storia si dipana, in maniera straniata, su due livelli: da un lato c’è una vicenda gialla ricca di mistero, con sconfinamento nel genere “spy”, tenuta sul filo attraverso dosate rivelazioni successive che sfociano in un movimentato finale a sorpresa; dall’altro ci sono le riflessioni del protagonista, che vogliono andare al di là dei nudi fatti, con l’ansia di un reporter che non mira semplicemente a rispecchiare la realtà ma aspira a conoscerla e, magari, redimerla.
Questa, pensiamo, è la profonda aspirazione di ogni giornalista, anche dell’umile cronista di provincia, che sotto sotto non si accontenta di andare a caccia di notizie per riferirle ma per trarne un senso, una filosofia.
Il giornalista nascosto dietro a un detective del romanzo di Damiano finisce per coinvolgere il lettore nella sua ricerca di maggiore autenticità e rigore morale, un obiettivo che forse non riesce (ancora?) a raggiungere ma rappresenta comunque l’ inizio di un cammino.

