Onda di piena
1961. A Macallè, nella Colonia Eritrea ormai prossima alla fine, il commissario Campani si muove in un mondo che sta cambiando troppo in fretta. L’autorità vacilla, i superiori sbagliano, e una serie di morti violente e senza spiegazione incrina il fragile equilibrio della città. Un’intuizione inattesa rivela un legame inquietante tra i delitti e un segreto sepolto nel passato, aprendo la strada a un’indagine pericolosa. Tra scandali finanziari, segreti militari, gioco d’azzardo e prostituzione d’alto bordo, Campani scopre quanto può essere alto il prezzo della verità. Con l’arrivo del Natale, l’indagine e la sua vita personale giungono a un punto di svolta decisivo. Quanto alla Fiorentina, anche stavolta sarà solo fonte di illusioni.
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Recensione a cura di Rino Casazza

Di Luca Ongaro ho già recensito “Una brutta strada per il Commissario Campani” e devo dire di essere rimasto piacevolmente sorpreso nel constatare che “Onda di piena” è una storia assai diversa dall’altra, pur ripetendosi il personaggio principale, assieme a quelli di contorno, e la situazione storico-geografica: ovvero l’Eritrea in un mondo alternativo in cui la battaglia di Adua ha avuto esito favorevole per l’esercito italiano, condizionando ( in bene? in male?)  tutto lo sviluppo storico successivo.

La vicenda, intendiamoci, è, come quella precedente, un giallo di investigazione ( piuttosto intricato)  con sorpresa finale da ” mistery”, ma, a ben vedere, il protagonista, in tutta la sua multiforme e ingombrante apparenza, il paesaggio eritreo, in cui l’autore si immerge -e ci immerge – con lunghe e dettagliate ma accattivanti  ed ariose descrizioni che trasmettono una profonda sensazione di esoticità. La natura di quel lontano paese la fa da padrone (a cominciare dalla rappresentazione dell’enorme alluvione che apre il libro) sottolineando icasticamente che noi italiani, benché abbiamo esercitato un dominio su quelle terre, sia nell’universo reale che in quello parallelo di Campani, in realtà siamo sempre stati ospiti, più o meno tollerati.

Dovendo necessariamente tacere sull’intrigo polizieso, che il lettore merita di gustare senza anticipazioni,  segnaliamo la ricchezza del rapporto tra il Commissario Campani e il suo collaboratore, l’Ispettore Araya, di etnia indigena. Malgrado quest’ultimo porti dentro di sé il rancore per la sottomissione di fatto di cui soffrono i “tigrini”, comprende il valore professionale e l’onestà intellettuale, anche nel giudicare la situazione politica ed economica, del capo. Il quale ha fatto dell’altro il suo prediletto per la fedeltà e l’impegno che mette nel lavoro nonostante tutto.

Molto ben tratteggiato anche il legame, un grande amore condito di ironia, tra Campani e la brillante ed arguta moglie.

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