Molto livore per nulla
Brandelli, nel suo buen ritiro di Oslo, sembra aver finalmente trovato la propria dimensione. Riesce a gestire la nostalgia, anche se Milano è un ricordo sempre vivo nella sua mente. Un pomeriggio d’autunno, la città e i fantasmi che la popolano tornano, prepotentemente, a bussare alla sua porta. Pippo Marchioro, il socio di Brandelli che ora gestisce da solo l’agenzia sulla Martesana, è stato picchiato brutalmente ed è in coma. A comunicarglielo è l’avvocatessa Teresa Speggialetti, che gli chiede di tornare a Milano per indagare sugli ultimi casi a cui ha lavorato Pippo. Brandelli è di nuovo nella sua città, ma Milano nel frattempo è cambiata molto. Troppo, forse. Inoltre, il distanziamento sociale imposto per limitare il contagio della “Peste” ha rarefatto ancora di più le interazioni fra gli abitanti e ha esacerbato i conflitti sociali. Una città fredda, incattivita, ma ancora bellissima, giocherà al gatto e al topo con Brandelli, riaprendo ferite che entrambi credevano cicatrizzate, e minerà alle fondamenta quanto costruito dal detective nella sua cattività norvegese.
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Partiamo dalla copertina: una mano misteriosa, di giovane in giubbotto e felpa, pesca dal pacchetto, che titola “Milano Chips”, due patatine a forma di grattacielo dell’Unicredit. Questo la dice lunga su cosa l’autore pensi delle contraddizioni di una Milano in crescita selvaggia, sempre più “NoLo e Porta nuova” e sempre meno periferia. Come scrive Ferrari: “Ciascuno partecipa del centro che è generatore, ma è un trucco.”

“Milano è fatta così, è una città rotonda con al centro il Duomo. Spiegare Milano è come gettare un sasso dentro a uno stagno o a una pozzanghera. Cosa succede? Dove cade il sasso si forma un grosso centro, quello è il Duomo, e a mano a mano che ci si allontana dal centro, le onde concentriche che si propagano si fanno sempre più grandi e indefinite. Lì è la periferia.” Questo leggiamo sulla quarta di copertina, e ancora: “È tutto orchestrato per farci credere che, se una farfalla muoverà un’ala a Chinatown, un grattacielo spunterà nel Porta Nuova District e i campi nomadi spariranno per intercessione della cementissima trinità. Nel nome del Dritto, dello Storto e del Curvo.”

E amen, aggiungo io. Ho particolarmente apprezzato il titolo, che gioca con il ben più famoso classico (e fare il verso a Shakespeare non è da tutti). D’altronde da un autore che (insieme ai soci del trio, e va bene) si era inventato per un libro precedente, uscito per i tipi di Frilli, un titolo meravigliosamente sarcastico come: “Milano, fa paura la novanta” non potevamo aspettarci nulla di meno.

Molto livore per nulla è un noir duro e ironico, con un humor tagliente e amaro, a tratti leggero ma tutt’altro che leggiadro. Ben scritto, intenso e mai banale, ci porta in una Milano molto amata e messa a nudo, con le contraddizioni che la “peste” (leggi epidemia di Covid) contribuisce ad acuire. Una storia noir da assaporare insieme alla pasta al pesto senza aglio e a una mozzarella di bufala del Carrefour.

Brandelli torna da Oslo nella sua città, lascia moglie e figlioletto per salvare un amico, o meglio… per scoprire chi lo ha menato fino a ridurlo in coma. Lo affianchiamo in bicicletta, mentre va in giro da un locale all’altro, da un indizio all’altro per cercare di capire quale dei casi di cui si è occupato Pippo Marchioro, il suo ex socio dell’agenzia investigativa, ha potuto generare tanta violenza. Milano è cambiata, si è fatta più

cattiva. Quale ginepraio scoperchierà il buon Brandelli? E la protagonista indiscussa, ovvero questa città fredda e misteriosa cosa gli racconta man mano che il “nostro” si infilerà nei suoi meandri?

Per scoprirlo vi tocca leggerlo, io l’ho fatto e vi assicuro che ne vale la pena.

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