IL GIOCO di Valerio Marra
Recensione a cura di Claudia Proietti
Nel suo nuovo libro, Il gioco, edito da Piemme, Valerio Marra dipinge un affresco a più strati di un’Italia in bilico tra passato e presente. Ambientato nella primavera del 2000, alle soglie di un nuovo millennio accolto con timore, il romanzo esplora una provincia meridionale che non riesce più a celare le proprie contraddizioni. Questo microcosmo si mostra come un unico personaggio collettivo, di cui l’autore racconta le atmosfere e i dettagli quotidiani: un luogo apparentemente immobile che custodisce continui subbugli. Con straordinaria sensibilità, Marra offre una narrazione sensoriale dove tutto diventa simbolismo: il rumore dei motorini nei vicoli stretti, il giubilo delle feste di paese, l’odore di fritto e la consistenza della salsa di pomodoro fatta in casa alla fine dell’estate. Ogni dettaglio gioca un ruolo chiave in una ritualità arcaica che trova la sua massima espressione nel Palio dei giovani durante la festa di San Michele. È qui che il folklore secolare si scontra con una modernità incalzante che scardina la facciata pittoresca del borgo, trasformandolo nel teatro di un dramma psicologico e sociale che scoperchia le ipocrisie di un’intera popolazione.
L’intreccio scava nell’animo profondo della comunità senza concedersi facili scorciatoie. Al centro della vicenda c’è Elia, un adolescente oppresso dal fardello di una colpa prematura causata da un errore di valutazione. È un segreto corrosivo che lo allontana dalla leggerezza della sua età, facendolo sentire sporco e corrotto, e che nella sua mente prende le sembianze di una “Cosa”. Attorno a lui si dipana una complessa ragnatela di personaggi: Gilda, la sorella minore, la cui tenera invisibilità dovuta alla disabilità non le impedisce di essere il testimone più acuto della realtà circostante; Elena, ancora di salvezza e primo amore di Elia; e Antonio, l’eterno rivale. La competizione nel Palio con quest’ultimo diventa la metafora di un riscatto personale che va ben oltre il traguardo. A spalleggiare Elia si stagliano figure adulte come zia Marina, zio Nino e zia Brigida, pilastri di una famiglia che, pur celando tensioni, preserva un forte istinto di protezione.
La quiete di Vallepiana viene scardinata dallo “Sputasegreti”, un’entità misteriosa che semina bigliettini gialli scritti a macchina per denunciare pubblicamente i peccati dei cittadini. Da questo innesco prende il via un thriller psicologico dal ritmo incalzante, un’escalation che scatena una caccia alle streghe in cui ogni abitante è al tempo stesso potenziale colpevole e vittima. La prosa di Marra si rivela asciutta e nitida, ma capace di pennellate liriche dalla profonda verità emotiva, che conducono il lettore verso una riflessione universale.
La figura dello Sputasegreti si configura come una lente sociologica che svela il cortocircuito morale del paese. Nelle piccole comunità, dove l’equilibrio si basa su un tacito accordo di segreti e ipocrisie, questa “bacheca della vergogna” azzera le gerarchie, rendendo il sindaco e il sacrestano vulnerabili quanto l’ultimo degli emarginati. Inoltre, l’invisibilità dello Sputasegreti innesca un paradosso sociale e un bisogno tossico di verità: tutti temono i biglietti, ma tutti vogliono sapere, usando i peccati altrui come distrazione dalle proprie colpe.
A fare da controcanto c’è lo scontro tra sacro e profano rappresentato dal Palio di San Michele Arcangelo, il santo con la bilancia e la spada che pesa le anime e incarna una giustizia divina, severa e verticale, che contrasta con quella terrena e pettegola dello Sputasegreti. Se la devozione è l’unico spazio pubblico in cui esprimere il bisogno di espiazione, il Palio rappresenta invece la sfogo della violenza attraverso il rito.
In questo contesto, l’unico vero punto di luce per Elia è il rapporto puro con Elena. L’amore si fa porto franco in cui la “Cosa” perde potere: il loro legame, vissuto con una potente verità di corpi e sguardi nei luoghi isolati del paese, diventa il motore della maturazione del protagonista, spingendolo a fare pace con il proprio conflitto interiore.
Al livello di stile, Marra utilizza la lingua come una sorta di barriera architettonica che isola il mondo degli adulti da quello degli adolescenti, causando una insanabile incomunicabilità generazionale. La lingua pesante degli adulti è il codice del non-detto, della sentenza definitiva in cui il pettegolezzo è la sintassi, una specie di nebbia che i giovani respirano senza comprendere poiché ne sono esclusi. Tonino il macellaio o il sindaco, ad esempio, usano frasi spezzate e laconici gesti per chiudere i discorsi senza affrontarli.
Al contrario, il linguaggio di Elia, Elena e dei coetanei è viscerale, sensoriale e asciutta spostando la comunicazione sui corpi e sugli oggetti in contrasto con l’eloquio ipocrita degli adulti. La paratassi da loro usata riflette l’ansia attraverso frasi brevi e coordinate. Questa “fisicità linguistica” passa attraverso i sensi: lo sfiorarsi delle braccia in bicicletta, il silenzio carico di tensione prima del cambio della barella. I ragazzi descrivono le loro sensazioni in modo concreto e carnale, come il sangue che scende nelle mani e lo stomaco che si svuota.
Il divario generazionale si misura anche nei silenzi: gli adulti parlano davanti ai giovani come se fossero invisibili (come accade a Gilda), mentre i ragazzi usano il silenzio come difesa, sapendo che il mondo adulto non è in grado di accoglierne la fragilità. È proprio in questo scontro che lo Sputasegreti crea il cortocircuito perfetto: intercetta i sussurri ipocriti dei grandi e li traduce nella lingua dei ragazzi — chiara, lineare e stampata su cartoncini gialli — costringendo gli adulti a guardarsi allo specchio senza filtri.
L’opera di Valerio Marra supera i confini del mistero di provincia per elevarsi a profonda indagine filosofica sulla verità e sulle strutture antropologiche della nostra società. Il libro ricorda come la verità sia un’arma a doppio taglio e mostra come l’isolamento possa affilare lo sguardo in modi imprevedibili. Evitando ogni moralismo, il testo offre una lezione di grande attualità: la giustizia autentica e genuina non parla la lingua retorica dei potenti, ma si manifesta nel sussurro di chi guarda la realtà senza filtri. Il gioco si consacra così come un romanzo potente, viscerale e profondamente umano, capace di abitare la mente del lettore ben oltre l’ultima pagina.

