Per me che sono nato una decina di anni prima di Maurizio Cometto, autore del libro che si recensisce, la notte di Italia Germania per definizione è quella del 17 giugno 1970, in cui si disputò “ el partido del siglo”, non quella, pur indimenticabile, dell’11 luglio 1982 attorno a cui ruota la trama del romanzo.
A parte questo, ho molto apprezzato che la storia, un thriller sempre teso anche nei momenti ingannevolmente sereni, sia scandita dalle date delle gare della Nazionale nei due piani narrativi, 1982 e 2017, in cui si svolge il racconto. Nessun dubbio che i grandi incontri di calcio, e massimamente quelli della Nazionale siano, al di là della intrinseca bellezza estetica e intensità agonistica del gioco, un accompagnamento della nostra vita personale destinato a rimanere scolpito nella memoria.
Da questo punto di vista penso sia giustificato sostenere che il calcio non sia soltanto un gioco.
Un gioco non lo è certamente per i due protagonisti/antagonisti del romanzo, un allenatore del settore giovanile e un patito del football con un figlio campioncino. Il calcio ha continuato a intrecciarsi, dolorosamente e pericolosamente, con la storia della loro vita e la loro evoluzione emotiva e caratteriale. Benché dal 1982 al 2017 passino 35 anni è come se per i due il triplice fischio finale della partita di quel gioioso (ma solo per gli altri…) undici luglio non sia mai risuonato e i conti siano rimasti indeterminatamente in sospeso.
Cosa e perché rende il rapporto tra Bruno e Stefano pieno di elettricità negativa nonostante il tempo trascorso e l’influsso benefico del gioco del pallone?
Il lettore è tirato dentro questa sospensione angosciosa fin dalle prime pagine fino all’ultima, e non riesce a scrollarsela di dosso nemmeno quando la narrazione entra, con tocco felice, nei pensieri e nelle emozioni dei due “avversari” bambini e dei loro amichetti.


