La morte non medita
L’estate, a Milano, inizia sempre ad agosto. I tram sferragliano solitari tra i caselli di Porta Venezia e l’afa soffoca ogni rumore. Ma una mattina, nel dedalo di vie dietro corso Buenos Aires, una nenia straniera si diffonde nell’aria ovattata. Om Sarveshaam Svastir-Bhavatu: possa esserci felicità in tutti. Proviene dal portone socchiuso di un palazzo elegante. Oltre, si intravede un giardino zen: è l’ingresso del White Lotus, un centro spirituale. Un’oasi di pace e serenità, almeno in apparenza. All’improvviso, però, la quiete si incrina. Il canto è interrotto da un grido. Una giovane donna, raccolta in meditazione, si alza, si contorce, poi crolla a terra. Quando i medici arrivano sul posto, per lei non c’è più nulla da fare. Ne viene decretato il decesso. Davanti al portone di via Nino Bixio si precipita l’ispettore Amanda Visentin, la Ducati ancora calda di asfalto e una ciocca rosso Tiziano che sbuca dal casco. È la migliore detective della città: ha un olfatto fuori dal comune e qualche problema di carattere dovuto a un passato difficile da seppellire. Oltre le porte del centro la attendono un muro di segreti e una comunità compatta, guidata da un ipnotico e ambiguo santone. E c’è qualcuno, nascosto nell’ombra, che tiene gli occhi puntati su di lei. Geraldina Neri firma un giallo denso, sensoriale, immerso in una Milano magnetica e contraddittoria. La morte non medita è un romanzo che scava nelle crepe della mente e nei diversi volti della manipolazione, aprendo nuove e sorprendenti prospettive per il giallo metropolitano.
La morte non medita è un’opera raffinata che graffia l’anima con una sensibilità che va ben oltre la percezione del semplice giallo: un percorso dentro le bugie dell’apparenza

La morte non medita di Geraldina Neri, edito da Piemme, è un bellissimo agglomerato di tensione e sentimento.

La scena si svolge in una Milano inedita, nello specifico in un centro olistico di meditazione, il White Lotus, nel quale viene trovata morta la giovane e bella Augustine, frequentatrice del posto. Quello che sembra un malore si rivela ben presto essere un avvelenamento da Digitalis purpurea, una pianta usata come farmaco ma letale in base al dosaggio, presente anche nel centro come ornamento botanico. Già queste prime due scelte rivelano l’intento specifico dell’autrice di giocare con similitudini e immagini evocative: il White Lotus, luogo nato per curare l’anima, diventa scenario di morte, e il mezzo per uccidere è, paradossalmente, in grado anche di guarire.

La protagonista della storia è Amanda Visentin, un personaggio “pieno” nonostante le sue molteplici mancanze. Durante l’indagine, infatti, la principale sottotrama che si sviluppa è quella legata alla ricerca, da parte della giovane ispettrice, della madre mai conosciuta. L’assenza della madre Anne è tangibile tanto quanto il rapporto inesistente con un padre troppo rigido, che rappresenta tutto un ambiente che non le appartiene e dal quale lei fugge sulla sua Ducati Diavel. Lo stile di Amanda non è elegante, ma ribelle e speciale come il suo modo di essere, combattente e istintiva, come il suo particolare olfatto ipersviluppato. È infatti senza dubbio l’odore uno degli elementi preponderanti del romanzo, ricco di percezioni sensoriali e simbolismi: l’afa di fine agosto a Milano attanaglia i pensieri e i polmoni, mentre un forte simbolismo botanico, quasi ascetico, fa allontanare il lettore dal caos della città.

Nella narrazione viaggiano in parallelo sia un approfondito approccio scientifico sul veleno e le sue caratteristiche, sia una densa analisi psicologica di ogni personaggio, descritto nelle sfumature e nelle motivazioni, tratteggiate in modo realistico, senza giustificazioni né giudizi. L’indagine prosegue insieme agli omicidi, che avvengono sempre a opera dello stesso veleno, il tutto narrato in una prosa densa, visiva e molto elegante.

Geraldina Neri tratteggia questo noir psicologico con delicatezza, pur sviscerando gli atteggiamenti ipocriti della società moderna proprio utilizzando immagini paradossali al fine di scorticare via da essi la patina di quieta apparenza che li ricopre. Permettendo al male di insinuarsi nelle trame della spiritualità, tra incensi, mantra e campane tibetane, si consuma una violenza gelida e distaccata: l’assassinio codardo per eccellenza, quello privo di contatto, che aumenta la sua mole distruttiva senza neppure avvicinarsi alle vittime.

Oltre alla descrizione dei personaggi che ruotano attorno ad Amanda, come i colleghi presi dalle loro vicende personali e i familiari distanti eppure asfittici, la bravura dell’autrice sta nella gestione dei personaggi che non si vedono, pur giocando un ruolo fondamentale nella narrazione; un ennesimo modo in cui viene mostrato il male che si muove nell’ombra della quotidianità tra indifferenza, cortesia e circostanza.

Quando l’opera sembra arrivata alla fine tutto cambia ulteriormente, conferendo a una storia già ben fatta un valore aggiunto costituito da un realismo amaro e cinematografico, con una conclusione che lascia al lettore un senso di vertigine, costringendolo a riflettere sulla memoria e sul distacco, sia esso scelto o imposto. Le sfumature di questo noir sono molteplici e lo fanno somigliare a un dipinto impressionista nel quale ogni elemento indirizza a una percezione sia oggettiva che, al tempo stesso, soggettiva. La morte non medita è un’opera raffinata che graffia l’anima con una sensibilità che va ben oltre la percezione del semplice giallo: un percorso dentro le bugie dell’apparenza, che sono poi le stesse che ci raccontiamo quotidianamente.

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