Recensione a cura di Marika Campeti
Leggere La figlia del fuoco è stato un viaggio privilegiato dentro le molteplici sfaccettature delle parole. Conoscere Elora, Ester e Sarah ha reso questo percorso di lettura prezioso e profondo.
La figlia del fuoco va letto con lentezza e assimilato, è uno di quei romanzi che chiedono tempo. Il romanzo è ricco di riflessioni che vanno oltre la storia, oltre i personaggi, e finiscono inevitabilmente per parlare anche a chi legge.
Alcune mi hanno colpita così tanto che vorrei riportarvele qui.
«Le parole sono come i ciottoli che raccoglievamo lungo i sentieri quand’eri bambina» le dice una sera. «Ti ricordi? Brillavano nel sole del mattino. Li sceglievamo con cura e ce li portavamo a casa come tesori preziosi. Dovrai sempre scegliere e custodire le parole come i ciottoli della tua infanzia. Molti non lo capiscono. Pensano che le parole non valgano nulla, che siano intercambiabili, che le infinite sfumature di ognuna di loro non abbiano alcun valore, quando in realtà costituiscono la ricchezza della nostra lingua.»
«Le parole hanno un potere che gli uomini non possiedono: resistono. Al tempo, alle spaziature. Sopravvivono a chi le ha scritte per trasformare l’esistenza di chi le leggerà domani. Sanno rintanarsi per anni in una biblioteca dimenticata e poi riemergere alla luce. Regalano a chi le riceve l’emozione di un amore perduto.»
La resistenza delle parole è l’anima più profonda di La figlia del fuoco: le parole che attraversano il tempo, sopravvivono alle persone e riescono a tenere insieme vite lontanissime tra loro.
Il mondo raccontato in questa storia sembra lontanissimo da noi. È lontano anche dal mondo di Sarah. Eppure, quante volte il passato ci sussurra all’orecchio di fermarci? Di ripercorrere passi che sono stati di qualcun altro per ritrovare le nostre radici, per conoscere un tempo che crediamo non ci appartenga e che invece ha contribuito a forgiare ciò che siamo, prima ancora che venissimo al mondo?
Tra le tre donne, il personaggio che più mi ha colpita è sicuramente Elora.
La sua forza, nonostante la giovane età. La sua sfida alla neve e al freddo, alle convenzioni, alle regole della vendetta imposte dalla società albanese dell’epoca. E poi il suo rifiuto della maternità, così potente proprio perché nasce all’interno di un mondo nel quale il destino di una donna sembrava essere già scritto.
La figlia del fuoco è un romanzo in cui ogni parola ha un peso. Ogni personaggio ha un ruolo e, soprattutto, una voce ben distinta.
Ho apprezzato molto anche le figure maschili. Marie Charrel non cade nella banalità di costruire uomini vili e monolitici soltanto per far risaltare la forza dei suoi personaggi femminili. Al contrario, ci consegna uomini diversi tra loro, con personalità forti e insieme fragili. Farabutti, violentatori, guerrieri ed eremiti, uomini capaci di incarnare le regole del proprio tempo e altri completamente dissociati dalla realtà in cui si trovano.
E poi c’è lei, protagonista indiscussa accanto alle tre donne del romanzo: l’Albania.
Un’Albania aspra, bellissima, feroce. Un’Albania che molti di noi non conoscono, che non abbiamo studiato sui libri di scuola e che sembra essere rimasta ai margini delle nostre letture. E invece, pagina dopo pagina, diventa presenza, paesaggio, memoria.
La figlia del fuoco è un libro per pochi, ve lo assicuro.
Non perché sia difficile, ma perché richiede qualcosa al lettore: attenzione, lentezza, disponibilità a lasciarsi attraversare dalle parole. Non è un romanzo da divorare. È un romanzo da assaporare.
Una scrittura elegante e luminosa, profonda e sussurrante. Un romanzo che resta impresso nell’anima.

