Un romanzo di un fatto storico accaduto e quasi subito dimenticato, cancellato dalla fine della guerra più sanguinosa che ha colpito l’Italia, testimonianza di un luogo a me familiare per vicinanza geografica ed affettiva.
Un romanzo con una scrittura semplice, a volte intima, a volte toccante, colorata da qualche parola dialettale comprensibilissima, che esprime la profonda partecipazione al dolore dei protagonisti senza mai cadere nel sentimentalismo. Le descrizioni della campagna dell’hinterland milanese fanno rivivere con colori, sapori e odori l’epoca di un secolo fa.
Intreccia la Storia con le povere storie di contadini, una piccola comunità stremata dalla guerra che sta per finire e che presenta il conto a delle povere ragazze colpevoli solo di essere povere e che, per la pagnotta, sostituiscono gli uomini in fabbrica.
Il libro è un invito a riflettere sulla memoria, sulla vite perse per il lavoro e sulle responsabilità di noi tutti e lo fa attraversando emozioni e sentimenti, mescola il lutto alla rabbia e all’amore, all’umanità.
Per rifornire il fronte di armi, bombe e munizioni, a Castellazzo di Bollate nasce la fabbrica Sutter &Thévenot e le ragazze, unica forza lavoro rimasta, sono le più adatte a innestare spolette proprio per le loro mani piccole.
Una di queste è Emilia che lascia la cascina di Traversagna con la sua bicicletta ogni giorno per recarsi al lavoro. È stato il prete, Don Antonio, a consigliare ai genitori che hanno solo questa figlia, di mandarla in fabbrica, in fondo i soldi fanno comodo quando la campagna è così avara.
Il 7 giugno 1918 un’esplosione dovuta, a quanto pare, alla caduta accidentale di un ordigno da parte di una ragazza, spazza via tante vite ed Emilia è tra loro. Il futuro per le 59 vittime e per le loro famiglie scompare e, in poco tempo il lavoro riprende per le esigenze della guerra, e sembra che a nessuno interessi di quei corpi straziati o di quelli mai nemmeno ritrovati e l’incidente viene velocemente incanalato verso l’oblio, sempre che si sia trattato di incidente.
“E per lei, come per quelle disgraziate, in quei sogni, nessuno domandava giustizia, nessuno indugiava nel lutto: c’era una guerra da portare avanti, munizioni da produrre e inviare al fronte.”
Martino e Teresa, i genitori di Emilia che devono seppellire una bara vuota, continuano le levatacce in campagna in silenzio e affrontano la perdita in modo diverso, come diversi sono i loro due caratteri. L’uno dolce, perso nel sogno di come poteva essere Emilia se si fosse salvata, l’altra, più burbera e chiusa nei bisogni quotidiani, con il solo desiderio di vedere vendicata la figlia, con il tarlo che corrode e fa crescere l’astio verso chi è sopravvissuto e potrà vivere il futuro mentre la “piscinina” è rimasta bloccata per sempre in quella fabbrica.
Nelle prime due parti l’autrice racconta la storia dal punto di vista di questi due poveri genitori mescolando realtà e sogno e questa commistione è dolorosa e sorprendente; il dramma umano raccontato da chi è vittima diretta e da chi lo è indirettamente fa penetrare in profondità lo sguardo del lettore.
La storia si dipana abbracciando il paese, la latteria di Tina, unico posto dove scambiare quattro parole e bere un bicchiere di vino, e le altre donne sopravvissute, chi celebra la guerra e la onora in nome di un onore che ha disonorato come il carabiniere Fumagalli, detto “il drumedari” e che è alla ricerca di chi la guerra l’ha disertata in nome di un amore a cui si è aggrappato per sopravvivere agli orrori visti, come Corrado che incontra Martino sul Seveso che lo porta fino a Milano.
Nella terza parte c’è il racconto dell’esplosione attraverso gli occhi dei soccorritori (tra cui Ernst Hemingway che ne scrisse nel racconto Una storia naturale dei morti ne “I quarantanove racconti”) e di Don Antonio chiamato a riconoscere alcuni cadaveri.
Nella quarta parte, a guerra finita, dopo poco tempo tutta la fabbrica in tre giorni è rasa al suolo completamente lasciando solo i solchi delle fondazioni nella terra e nel cuore dei parenti delle vittime. Unica testimone rimasta della fabbrica rimane la cabina elettrica che ancora oggi è possibile vedere con un bellissimo murale con il viso di una ragazza che fa volare 59 fogli bianchi. Ogni anno l’amministrazione comunale di Bollate organizza una breve cerimonia per ricordare l’evento e l’autrice ce ne parla alla fine del romanzo.
Autrice che si è molto documentata, aiutata dal lavoro di recupero di un gruppo di cittadini e dall’archivio comunale.
Dopo più di cento anni è ridata dignità a queste vittime che la Storia, la politica e i poteri del tempo hanno troppo presto cancellato e dimenticato.
Ilaria Rossetti denuncia con parole veramente condivisibili le morti sul lavoro, piaga di allora in tempo di guerra che continua tuttora ad affliggerci in tempo di pace.


