In ultima analisi
Kate Fansler può essere considerata il prototipo della detective femminista. È la protagonista di una serie molto popolare di quattordici romanzi investigativi iniziata nel 1964 e conclusa nel 2002, professoressa un po’ supponente (non risparmia allusioni contro il maschilismo di Freud), spregiudicata, apertamente indipendente, personalità prorompente, piomba casualmente in questo suo primo caso. Una studentessa le ha chiesto di consigliarle uno psicanalista cui affidarsi. Lei fa il nome di un amico molto stimato, suo ex amante, Emanuel Bauer. Tempo dopo, però, Janet Harrison – questo il nome della studentessa – viene ritrovata uccisa proprio nello studio di Emanuel, distesa sul lettino delle sedute, trafitta da un coltello proveniente dalla cucina della casa-studio. È la moglie Nicola a ritrovare il cadavere. La polizia non può che sospettare dello psicanalista: nessuno, se non lui, avrebbe potuto colpirla mentre Janet era in quella posizione e in quelle circostanze. Ma manca il movente. Kate non riesce a crederci: troppo equilibrato Emanuel, e soprattutto troppo intelligente per un simile crimine. E poi, la vittima si rivela una ragazza circondata di misteri, del resto anche la coppia dei coniugi non manca di stranezze. Kate vi si addentra per risolvere un omicidio misterioso, un enigma che sfida l’apparenza, la logica e la psicologia. Ha un vantaggio investigativo, rispetto alla polizia che ha l’obbligo di mantenersi nei confini del probabile e dell’evidente: lei è una mente aperta, sa come affrontare le più sommerse profondità umane.
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Se vi appassiona il filone del noir, cosiddetto,  psicologico, “ In ultima analisi “ non può non rientrare tra le letture da fare. Sì lo ammetto, Sellerio, editando “ In ultima analisi “ mi ha colpito positivamente. Abbiamo tutti gli ingredienti che servono per una storia che prende spunto, e si sviluppa, dai misteri della psicologia, anzi della psicoanalisi: il lettino dello studio sul quale viene ritrovata, cadavere, la paziente Janet Harrison, studio che diviene, ovviamente, il luogo del delitto, ed il lettino strumento di lavoro e di omicidio e di conseguenza? L’analista il principale indiziato. Un vero e proprio noir nel quale sullo sfondo, e nemmeno tanto, vengono affrontati i temi centrali della psicoanalisi, in cui tutti, in definitiva, diveniamo psichiatri o abbiamo necessità di rivolgersi dallo psichiatra. Non possono mancare i richiami a Freud d i suoi studi sull’isteria. Centrale è la figura di Kate, detective che indaga in modo caparbio per capire quanto ha per le mani, che scava scava e diviene sospettosa, una indagine che non ha “ ogni ragionevole dubbio “ ma deve muoversi su certezze, con le persone innocenti che si fanno prendere dal panico di fronte ad un’indagine di polizia, polizia che non si basa su intuizioni ma su prove, con le stranezze che emergono dalla vita della gente, in particolare quando vi si scava dentro, perché come sappiamo benissimo, e come ci viene detto in queste pagine, in tutte le equazioni occorre una costante e non solo variabili. E poi: la follia, malattia professionale degli psichiatri. Un noir, forse anomalo rispetto a ciò che siamo abituati a leggere perché si può, in questo caso, arrivare a capire chi è l’autore dell’omicidio ma non il perché. Un noir che ci fa capire la differenza, se c’è,  tra realtà e verità. Essendo questo il primo romanzo di Amanda Cross, non possiamo che sperare nel prossimo, e quindi a presto Kate Fansler.

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