Recensione a cura di Regina Cesta
Il nuovo romanzo di Giuliano Pasini non ha questa volta come protagonista Roberto Serra, qui l’autore cambia completamente location e personaggio principale.
Troviamo Santo Mixielutzi, detto la Sfinge, con un passato doloroso alle spalle e sardo di origine ed Elena del Pozzo madre di un bambino scomparso un anno prima e trovato morto in una baracca , e la trama si snoda lungo il fiume Siele, noto come fiume silenzioso e per questo pericoloso.
Ad un anno dalla scomparsa di Mattia, un altro bambino scompare e il destino vuole che abbia la stessa età di Mattia e addirittura lo stesso nome.
Chi fu accusato del sequestro e omicidio di Mattia non può essere il colpevole di questo sequestro, e allora….c’è stato un errore nelle indagini? Santo ha fatto arrestare la persona sbagliata?
Elena da quel tragico evento non si è mai ripresa, non vive ma sopravvive e come potrebbe essere altrimenti per una madre che ha perso suo figlio, il suo unico figlio?
Con l’inizio delle indagini, inizia anche un susseguirsi di emozioni e avvenimenti che lasciano il lettore con il fiato sospeso fino all’ultima pagina, riga, parola.
Giuliano Pasini con questo romanzo tocca due temi della nostra società delicati e attuali: la maternità e la salute mentale.
Elena è una madre, fragile, forse anche prima della gravidanza ed è una madre imperfetta, come sono tutte le mamme ma nessuna madre può dire apertamente di esserlo, il sentire comune chiede e pretende che le madri siano non solo perfette ma incrollabili e fortemente e sempre entusiaste del ruolo di madre, anche dinanzi ai sacrifici personali e professionali che questo comporta.
Elena non è, per molti versi, diversa da tante madri, con l’arrivo di Mattia rinuncia alla sua carriera el lavoro che amava, ripiegando su un lavoro simile ma non soddisfacente come il precedente, deve gestire un bambino irrequieto e molto attaccato a lei, che le toglie aria e respiro. La stessa aria e respiro che la sua morte le toglierà e innescherà una serie di sentimenti autodistruttivi, senza che nessuno abbia compreso prima, senza che nessuno abbia compreso dopo.
Nel personaggio di Elena la salute mentale è l’altro fattore che l’autore affronta, in un mondo dove l’apparire è più dell’essenza, e la performance è tutto, essere fragili non è accettabile, non è giustificabile.
Elena è la summa di tante storie di cronaca, di tante storie a noi vicine, di tante donne imperfette che ogni giorno lottano e cercano di non affogare, nella speranza che qualcuno ascolti una richiesta di aiuto che è fatta in silenzio, con gli sguardi, con le occhiaie del sonno perso.
L’autore unisce la sofferenza di Elena a quella di santo, che ad anni di distanza ancora piange la donna della sua vita uccisa dall’Anonima Sarda dopo averla sequestrata.
Due personaggi carismatici, forti e dirompenti nella mente e nel cuore del lettore, una storia sofferta e di sofferenza, un finale struggente sotto il cielo del nord Europa con tutto il silenzio che resta.

