Recensione a cura di Al Gallo
Il racconto. Per molti, un fratello minore della famiglia editoriale. Per altri invece il banco di prova del vero scrittore, quello capace di condensare in pochi tocchi di pennello un’impressione viva, e di trasmetterla alla posterità.
Ne Il prossimo (Homo Scrivens), Generoso di Biase offre una prova di grande valore, utilizzando proprio il racconto.
La silloge – che consta di quattordici storie – ci porta di peso in mondi e universi paralleli, apparentemente comuni che però nascondono insidie e gorghi esistenziali altrimenti non palesi.
Con una scrittura asciutta, forte e “accusatoria”, Generoso è avvocato dal sicuro piglio oltre che autore solido, Il prossimo ci racconta di noi attraverso lo specchio dell’altro e delle sue (nostre) inquietudini.
Prossimo che ha perso, però, le proprie ascendenze bibliche; non “il prossimo da amare” sine die, ma al massimo da comprendere, da intercettare uomo, donna in senso lato.
Ne Il prossimo, infatti, cogliamo brandelli di noi stessi, assaporiamo emozioni e idee che spaziano ampie in ogni anfratto dell’umano: dall’altruismo puro all’egoismo; dalla voglia di riscatto al mortifero retrogusto del fallimento.
Il prossimo è un caleidoscopio di sé, di ma, di non detti; di strade e fallimenti così vicino al successo da apparire come gemelli abortiti.
Fotografando spezzoni di vita, il montaggio narrativo che Generoso di Biase compendia con sapienza, arriva dritto al cuore, ma anche più in basso: allo bocca dello stomaco, come richiesto dagli stilemi del genere.
Il racconto colpisce, lascia lividi interiori che non sbiadiscono, non ingialliscono come quelli cutanei.
Chi è Il prossimo?
Ha nomi e sfaccettature diverse.
Emblematico, a mio avviso, il primo racconto che lascia molto in profondità il segno: “La serata”.
Protagoniste due donne, Gaia e Karina che già dal nome sembrano in competizione.
“Amiche per forza, per necessità” più che per scelta affrontano la vita in modo antitetico, tracciando rotte diverse che finiscono col condensarsi, coll’annullarsi.
Ognuna di loro cerca di compensare i propri vuoti esistenziali: una serata forte a caccia di uomini, in cerca di emozioni, di un senso che sfugge; insomma, di terra fertile per riempiere le sacche della vita, arida come un campo troppo sfruttato.
Ma sul più bello, qualcosa cambia: l’ombra della rinuncia, dell’autosabotaggio hanno la meglio sulle più rosee aspettative.
Sullo stesso piano ma diluito con una cadenza teatrale, un altro racconto molto significativo: Un uomo e una donna.
Fitto e sconcertante questo battibecco che scopre ferite mai rimarginate, compromessi subiti – come sempre – più che abbracciati. E un epico finale a sorpresa, molto gustoso.
Rashid invece è storia di coraggio, di crescita morale e spirituale che segue le vicende di un ragazzino afgano a cui i talebani cercano di togliere tutto.
E invece l’amore per una Patria conosciuta attraverso i suoi migliori rappresentanti diventa l’antidoto morale al disfacimento, alla deriva.
Molto emozionante il Supereroe disamina impietosa del figlio di due separati, che subisce un forte condizionamento mentale fino a rendersi conto, con grande amarezza, che anche chi ti vuol bene può mentirti e strumentalizzarti, essendo umano.
Storia forse tratta da eventi realmente vissuti dall’autore nella sua veste professionale.
Una nota a parte per l’excursus finale, “La stanza dello scrittore” fucina che getta luce su motivazioni, spinte e suggestioni di Generoso che chiosa a ragion veduta: “Nulla più della verità atterrisce e spaventa la nostra società”.
Aforisma quanto mai veritiero, e mai scontato.


