“Non solo si sentiva a disagio in casa sua, ma si sentiva a disagio nella sua pelle”
È un romanzo scritto magistralmente ed esemplare nella costruzione. Simenon non si perde in descrizioni che non siano essenziali, ma coglie perfettamente le sfumature psicologiche del protagonista e dei vicini negozianti che frugano nella sua vita e non gli lasciano scampo.
Lo stile asciutto, sobrio, diretto ben si sposa all’architettura della trama il cui disegno è abilmente anticipato, predisponendo il lettore all’atteggiamento attivo di ricerca, tipico del giallo.
Il sentimento più forte e immediato alla chiusura del libro è la sensazione di pietà e ingiustizia nei confronti del protagonista. Tristezza e angoscia crescente non mancano, specialmente nel finale, che lascia la bocca amara, ma è un libro che va letto con attenzione, soppesando e apprezzando ogni parola e ogni frase.
Il tocco di genio sta nel disegno della trama e nell’inserire al centro un fattore anomalo: l’assurdità di certi comportamenti umani. Nella vita si dicono e si fanno cose, spesso in momenti importanti, che non corrispondono a nessuna logica razionale. Le facciamo e le diciamo, sapendo perfettamente non solo che sono false o sbagliate, ma essendo anche consapevoli che forse finiranno per ritorcersi a nostro danno. Eppure le facciamo. Inserire però in una trama gialla uno snodo di questo tipo tende a togliere credibilità e verosimiglianza: sembra un tradimento del patto di lealtà tra scrittore e lettore. Qui invece l’incongruo è così ben incastonato nella psicologia del protagonista da essere perfettamente accettabile, credibile. E la genialità di Simenon sta nel farlo diventare l’elemento cardine della storia.
Il racconto si svolge in terza persona, ma sembra che a parlare sia il protagonista stesso, tanto sono percepibili la sensibilità, la discrezione, la fiducia nel prossimo che scopriamo essergli proprie. Il lettore viene condotto a scoprire, passo dopo passo, il vero significato del libro, tutto racchiuso nella bellezza di un titolo. Innanzitutto l’aggettivo: “piccolo”, in cui già risuona tutta la modestia possibile del personaggio. Altra chiave è: “di Archangelsk”. Per quasi metà libro (o forse di più) nemmeno veniamo a sapere che il signor Jonas è un immigrato (di origini russe e, come se non bastasse, ebreo). Non ce ne accorgiamo perché lui stesso sembra esserselo dimenticato, tanto sente riuscita e completa la sua integrazione, tanto si sente parte a tutti gli effetti della piccola comunità di place du Vieux-Marché. E quando a un certo punto veniamo a conoscenza delle sue origini, l’informazione non ci sembra in contraddizione con la sua esistenza attuale.
La narrazione inizia in modo lento, ma dopo qualche decina di pagine iniziano le sorprese, la scrittura accelera, comincia a modificare la sua struttura, l’atmosfera cambia. Pagine che sembravano di quieta attesa diventano minacciose, l’atmosfera diviene cupa, la scrittura si fa più tesa, la tranquilla meticolosità del protagonista pare a tratti rasentare la follia; la linea di demarcazione che separava buoni e cattivi, verità e menzogna, sospetti e certezze si va scolorando, giungendo a un parossismo di tensione e sospetto. Il linguaggio rispecchia fedelmente quel che doveva essere la conversazione nelle cittadine francesi dell’epoca, siamo nel 1956, quando salutare una persona aggiungendo o meno il cognome faceva una grande differenza; Jonas capisce di essere perduto agli occhi della società quando viene salutato con un semplice “Buongiorno” anziché l’abituale “Buongiorno signor Jonas” simbolo di rispetto e di appartenenza, attestato di cittadinanza al Vieux-Marché.
Il protagonista del romanzo, Jonas, propone il matrimonio a Gina, una ragazza del luogo, una bella ragazza le cui forme suggeriscono seduzione, carnalità, una prorompente vitalità sessuale. Gina, tutti ne sono al corrente, molti ne hanno approfittato, è una ragazza di facili costumi. Nonostante questo, o proprio a causa di questo, Jonas la chiede in moglie. Non è la passione il motivo che lo spinge a questo; o perlomeno, dichiaratamente, lui intende darle una tranquillità.
Gina accetta e la vediamo sempre più annoiata, trascurare i doveri domestici. Un giorno la donna esce di casa e non vi fa ritorno, portandogli via alcuni francobolli la cui preziosità non sta nel loro valore ufficiale, ma in un lento e lungo lavoro di scelta. Jonas vede le cose che agli altri sfuggono, per disamore, per abitudine, per quel fiume di superficialità e fretta che porta il “valore” a essere legato e demandato solo alla cifra del denaro.
Nessuno sa dove sia andata, e Jonas dice di volerla “proteggere” dando anche a se stesso tante motivazioni. Naturalmente, la gente preferisce pensare che sia stato lui a farla sparire, per vendicarsi del comportamento di Gina.
Jonas è un uomo disperatamente solo che credeva di aver trovato in quella piazza la sua nuova patria, di aver raggiunto quella tranquillità che ha solo chi è parte integrante di una comunità. E invece di colpo crolla ogni sicurezza, non ha più identità perché la comunità di cui credeva di far parte non lo riconosce più come uno di loro; dalla freddezza improvvisa degli altri si passa alle accuse, a voci prive di fondamento fatte circolare; il peggio però deve ancora venire e lo proverà quando, tramite la polizia, verrà a sapere che Gina, che lui intendeva proteggere, invece, aveva paura di lui.
L’autore è riuscito a rappresentare un dramma che finisce con lo stritolare, oltre che il personaggio principale, anche il lettore. La disperazione e l’angoscia del libraio ci fa immaginare cosa accadrebbe se tutte le nostre certezze crollassero di colpo, se improvvisamente dovessimo trovarci soli, circondati da gente che prima credevamo amica, ora divenuta ostile, se perfino in famiglia venissimo a sapere che il coniuge ha recitato una parte, senza sentimenti, anzi con un livore latente.
Jonas si sente catapultato fuori dalla società di cui era convinto di essere parte, il suo essere russo, ebreo, colto, diventano improvvisamente fardelli dal quale è impossibile liberarsi e che lo porteranno sempre più a fondo. Paradossalmente Jonas verrà giudicato aspramente per il suo non voler giudicare, per il cercare di capire, per la sua diversità di vedute resterà schiacciato proprio sotto quel che lui non vuole fare o essere.
A essere attuale non è solo il tema dell’integrazione dello straniero ma il valore della comunità in senso stretto, di un sentire “comune”, del riconoscersi, da cui deriva, o dovrebbe derivare, la fiducia e quindi più in generale il concetto di identità.
E non solo, altrettanto attuale, vi è il tema della modestia. In un mondo in cui a farla da padrone è chi grida più forte, chi sussurra, chi non alza mai la voce, come il signor Jonas, è destinato, venendo frainteso, a soccombere.
Se nella prima parte Simenon ha privilegiato l’atmosfera, l’ambiente, la storia di Jonas, nella seconda, in un crescendo angosciante, ci mostra con una fine analisi psicologica, ma anche sociologica, l’inferno in cui può cadere un innocente.
Nelle ultime pagine del romanzo un’altra figura di donna dichiara di conoscere dove Gina si trovi; per un attimo sembra che la figura di Jonas possa essere riabilitata agli occhi del mondo. Ma è solo un attimo. Il finale è angosciante e al contempo ovvio: se Jonas lo riferisse alla polizia, resterebbe comunque il fatto che nessuno ha pensato né creduto alla sua innocenza.
Il romanzo trasmette un messaggio fortemente pessimista: l’uomo è capace di fare il male, al mondo non c’è spazio per la modestia, l’amore, la tolleranza. Tutto è retto dall’ipocrisia delle relazioni, a niente vale la rassegnazione al proprio status, l’accettazione, la condivisione. Vince il più forte, non necessariamente un antagonista al piccolo antieroe, basta solo la perfidia insita nel gruppo che esclude un suo elemento per un qualsiasi motivo, anche il più banale, anche per niente.
Ultima annotazione. Simenon ha la capacità tecnica di un grande regista: a un certo punto del racconto porta lo sguardo del lettore fuori dalla scena. In un momento topico del dramma porta il lettore a fissare un dettaglio: un oggetto, un rumore, un pensiero. E con questo dà profondità a quel passaggio, inquadrato a distanza, prima di far rituffare il lettore al centro del dramma. È un modo per dare ritmo e respiro alla lettura. L’interrogatorio al commissariato in questo senso è esemplare. Una pagina magistrale.


