Recensione a cura di Dario Brunetti
Il mestiere di mia madre è il romanzo d’esordio di Costanza Ghezzi uscito per Piemme edizioni.
Narra la storia di Lucetta, nata l’8 agosto del 1941 a Vittoria, un piccolo paese della Sicilia.
La ragazza non conoscerà mai suo padre, morto in guerra, e crescerà sotto la rigida educazione di sua madre Rosaria che le imporrà un sistema autoritario basato sull’obbedienza.
Nonostante la vita in campagna dove si respira aria salubre, Lucetta si sentirà paradossalmente soffocata da una società patriarcale e avvertirà un senso di oppressione che farà nascere in lei una sana voglia di evadere.
Il destino di Lucetta sarà deciso da Gregorio Palermo, un uomo che prometterà alla ragazza speranze, sogni e soprattutto una vita migliore.
Lucetta abbandonerà la vita contadina e sua madre Rosaria per seguire Gregorio a bordo della sua automobile e arrivare a Roma.
Il sogno della ragazza si avvererà? L’uomo delle stelle manterrà le sue promesse?
Lucetta rimarrà intrappolata in una rete che non darà via di scampo, Gregorio la costringerà a diventare una prostituta e dal loro legame la donna resterà incinta di una bimba di nome Flaminia. Per proteggere la piccola, la madre sarà costretta ad affidarla a un istituto di suore e Flaminia crescerà lontana dal suo amore e ne soffrirà l’assenza.
Per sopperire a questa mancanza, Lucetta penserà di coprire la bimba di regali costosi o portandola a mangiare in ristoranti lussuosi, ma non saranno i beni materiali a dare a Flaminia l’amore di cui una figlia ha bisogno. Un sentimento mai nutrito fino in fondo porterà Flaminia a crescere nella solitudine e senza punti di riferimento.
Flaminia sarà alla costante ricerca della sua identità che la proietterà in un viaggio interiore lontano dal calore familiare e dagli affetti più cari. Crescerà nel gelo dei sentimenti che nessuno sarà in grado di offrirle rimanendo ancorata nella routine quotidiana dell’istituto e nella rigida educazione imposta dalle suore.
Gli incontri con sua madre saranno occasionali e non serviranno a coprire il vuoto emotivo di Flaminia che sarà sempre più ossessionata dal desiderio di voler trovare una figura paterna. Lo stile di vita di Lucetta così libero, indipendente e sregolato la porterà a rimanere incinta di altri bambini, nascondendo alla figlia questo segreto.
Flaminia andrà sempre più incontro a una totale mancanza di affetti che la renderà arida e incapace di vivere le proprie emozioni a tal punto da cercare un’unica via d’uscita, l’indipendenza.
Questi aspetti rappresenteranno una specie di scudo, un vero strumento di autodifesa contro la sofferenza nell’accettare il rifiuto e l’abbandono.
La totale assenza di una figura paterna e una madre che cerca di colmare un vuoto emotivo avranno un peso notevole sul percorso della ragazza, la quale sceglie tuttavia di non arrendersi alle avversità del destino e di trovare la sua libertà attraverso il riscatto.
Il mestiere di mia madre è un romanzo che risplende nella sua bellezza stilistica, narrando una storia di profondo dolore emotivo che si trasforma in un inno alla rinascita. L’autrice si muove con agilità mantenendo uno stile equilibrato nel tratteggiare alla perfezione il lato psicologico dei personaggi senza doverli giudicare.
Seppur gli eventi narrati siano di forte impatto, l’autrice mantiene la sua prosa letteraria elegante e le va riconosciuto il pregio della cura maniacale di ogni minimo dettaglio, aspetti essenziali per dare spessore narrativo a una storia che riuscirà a catturare il lettore.
Rompere le catene legate a traumi familiari diventa un atto d’amore verso sé stessi: un modo per trovare la propria autenticità, ricostruire la propria vita e soprattutto, nutrire quei sentimenti mai vissuti. Si tratta di un viaggio interiore in cui l’anima avrà bisogno di recuperare la giusta forma e consistenza per tornare a donare amore.

