Il banditore
Nell’isolata comunità agricola di Harlowe, nel New Hampshire, la vita è cambiata poco negli ultimi decenni. Ma dal momento in cui il carismatico Perly Dunsmore arriva in città e inizia a sollecitare donazioni per le sue aste, le cose cominciano lentamente e insidiosamente a mutare. Mentre il banditore realizza il suo terribile e imperscrutabile piano, in un gioco perverso in cui per non perdere ciò a cui si tiene di più si finisce per perdere tutto, gli abitanti si troveranno gradualmente ma inesorabilmente privati della loro libertà e dei loro beni. E, forse, anche delle loro vite e delle loro anime. Ne Il banditore l’inquietudine e l’orrore strisciano dentro il quotidiano di una comunità, dove il lato oscuro aspetta solo di manifestarsi. Scritto nel 1975, primo e unico romanzo di Joan Samson, questa piccola perla di rural horror, che è già un classico, evoca La lotteria di Shirley Jackson e ispirerà Stephen King per il suo Cose preziose. Un classico della letteratura americana, un capolavoro del brivido.
Hai letto anche tu il libro? Lasciaci un commento…

Recensione a cura di Miriam Donati

«Ricordati solo questo», disse con una voce profonda che squarciò nettamente la confusione. «Qualunque cosa io abbia fatto, tu me l’hai permesso.»

Il libro ha la reputazione di essere un classico perduto, un libro che ha ricevuto buone recensioni, pubblicato nel 1975, ha venduto circa un milione di copie in edizione tascabile, è stato opzionato da Hollywood e poi è scomparso, probabilmente perché la sua autrice è morta giovane di cancro al cervello, e così una promettente carriera si è ridotta a un solo libro. È stato ristampato recentemente anche in Italia con la prefazione di Paola Barbato nella versione che ho letto. Ne esiste un’altra ancora più recente di Neri Pozza.

“Il banditore” è ambientato nella cittadina agricola di Harlowe, nel New Hampshire, negli anni Settanta, dove la tradizione regna sovrana: le famiglie coltivano la stessa terra da generazioni, la gente si bagna negli stagni e l’elettricità è un lusso. In questo scenario bucolico irrompe Perly Dunsmore, un carismatico uomo di mondo che propone di organizzare un’asta per finanziare la scarsa forza di polizia di Harlowe. Sollecitando donazioni dagli abitanti del paese, l’asta di Dunsmore ha un tale successo che ne organizza un’altra, poi un’altra, e un’altra ancora, settimana dopo settimana, mese dopo mese. Alla fine, gli abitanti, ormai stremati, non hanno più nulla da dare, ma Dunsmore, appoggiato dal dipartimento di polizia, sempre più potente, è implacabile nelle sue richieste di ulteriori donazioni. Chi si oppone è vittima di violenti “incidenti”. Diventa evidente che Perly ha grandi progetti per lo sviluppo della città, e questi progetti non coinvolgono le persone che già ci vivono. Tutto questo è visto attraverso gli occhi di John Moore e della sua famiglia: l’anziana madre, la moglie Mim e la figlia di quattro anni, Hildie. Hanno una piccola fattoria alla periferia della città, su un terreno che appartiene alla famiglia Moore da molte generazioni. La famiglia perde tutto ciò che ha, finché alla fine John cerca di prendere in mano la situazione.

Nel frattempo si vedono gli abitanti delle città affluire a Harlowe in cerca di un assaggio di vita di campagna, desiderosi di appropriarsi di qualcosa che non hanno mai avuto, sognando i valori di un tempo e la qualità della vita che immaginano una cittadina rurale come Harlowe possa offrire.

La natura sinistra delle aste di Perly si insinua gradualmente nella mente del lettore. John e Mim parlano di fuggire, ma non riescono mai a farlo davvero, nemmeno quando non hanno più nulla da perdere se non la vita dei loro familiari.

Non c’è violenza esplicita nel libro e la banalità stessa degli eventi è plausibilmente terrificante. Gli avvenimenti più sinistri sono narrati indirettamente e, nonostante si venga a conoscenza degli “incidenti” che capitano a coloro che si oppongono a Perly, al lettore non resta che la propria immaginazione, che lo porta a immedesimarsi nella situazione dei Moore mentre cercano di decidere cosa fare.

La lenta erosione della ragione rende la storia particolarmente efficace. Vivendo le assurdità del panorama politico e sociale contemporaneo, non è difficile vedere gli eventi de “Il banditore” come realistici.

Nella sua essenza, “Il banditore” è una parabola sul potere, la sottomissione e la facilità con cui le comunità possono essere manipolate. Sebbene la sua interpretazione più immediata sia quella di una critica al capitalismo sfrenato e alla mercificazione dell’America rurale, è anche un inquietante precursore delle ansie moderne riguardo all’autoritarismo, all’erosione dei diritti individuali e ai pericoli dell’autocompiacimento di massa. La città di Harlowe non viene conquistata con un colpo di stato improvviso; viene persa pezzo per pezzo, in quella che sembra un’inevitabile marcia verso la distruzione.

I lettori non si rendono conto della portata della perdita subita dalla città finché non è troppo tardi, proprio come non se ne rendono conto i personaggi. Questa distruzione al rallentatore è ciò che rende ” Il banditore” così inquietante; non c’è un momento di violenza catartica ed esplosiva, solo una soffocante discesa nella disperazione con echi di Shirley Jackson e Flannery O’Connor.

Samson esplora anche la psicologia della paura e della sottomissione. I Moore, come il resto della città, sanno che qualcosa non va, ma razionalizzano, rimandano l’azione e si convincono che i loro sacrifici siano temporanei.

Tradizionalmente, un’asta è una transazione tra partecipanti volontari, uno scambio equo in cui gli oggetti vengono scambiati a un prezzo equivalente. Ma ne ” Il banditore”, le aste sono un meccanismo di coercizione e furto. Ciò che inizia come una partecipazione volontaria della comunità si trasforma in un implacabile sistema di controllo, un processo attraverso il quale Perly spoglia lentamente la città di tutto ciò che le è caro.

Perly stesso è il simbolo della corruzione mascherata da progresso. Si presenta come un benefattore, un uomo che porta prosperità ad Harlowe, ma non è altro che un parassita, che si nutre delle risorse della città senza offrire nulla in cambio. Il suo cane, Dixie, addestrato a eseguire trucchi e a fingere sottomissione, rappresenta un inquietante parallelo con gli abitanti di Harlowe, manipolati e costretti all’obbedienza attraverso il fascino e l’intimidazione.

La prosa di Samson è ingannevolmente semplice, ma il suo controllo sulla tensione e sull’atmosfera è straordinario. Non si affida a facili spaventi o elementi soprannaturali; al contrario, coltiva un senso di crescente terrore attraverso una narrazione precisa ed essenziale. Ogni interazione in ” Il banditore” è pervasa da una sottile minaccia, persino nei momenti apparentemente più banali. Anche la capacità di Samson di evocare l’ambientazione è notevole, fa rivivere la vita quotidiana di una piccola fattoria, il susseguirsi delle stagioni, la sensazione di vagare per un pascolo o di camminare in un bosco e Harlowe è descritta in modo vivido e autentico.

Il romanzo presenta però anche dei difetti.

Affinché la parabola allegorica pensata dall’autrice sia efficace, bisognerebbe accettare la premessa di base: che gli abitanti di Harlowe, nel New Hampshire (uno stato il cui motto, per inciso, è “Vivi libero o muori”) non solo avrebbero accolto a braccia aperte un forestiero dalla parlantina sciolta come Perly Dunsmore, ma gli avrebbero anche permesso di seminare il caos tra i loro concittadini per così tanto tempo. È un po’ inverosimile che contadini degli anni Settanta che uccidevano per molto meno, non si siano ribellati. Nel finale – molto frettoloso secondo me – le posizioni si ribaltano, ma succede troppo tardi.

Il ritmo è discontinuo; l’intera storia ha un andamento a singhiozzo che la fa sembrare più lunga delle sue circa 300 pagine. La struttura del romanzo prevale sui personaggi, con la parte centrale occupata quasi interamente dalle ripetitive visite del giovedì. Lo stile di vita dei Moore appare fin troppo arretrato e quasi anacronistico per la metà degli anni Settanta. La loro impotenza è a dir poco deprimente. La svolta che ci si aspetta non arriva mai e la storia avanza solo con le ripetizioni.
Il più grande difetto del libro tuttavia sono i personaggi.

Innanzitutto il protagonista è un problema: John Moore è inefficace in modo irritante dall’inizio alla fine. Come la madre e la moglie, non si può fare a meno di desiderare che faccia qualcosa. Tematicamente, è interessante: un fiero contadino del New England che non riesce a essere all’altezza dello stereotipo maschile dell’azione. La cosa che fa impazzire tanti uomini bianchi mediocri: la loro inefficacia. È un buon elemento, ma uccide la trama se non è bilanciato da altri elementi, perché è tedioso leggere di qualcuno che tergiversa, esita, si crogiola nei suoi pensieri.

John non provoca empatia, non è una brava persona. Ha costretto la moglie Mim ad avere rapporti sessuali e poi a sposarlo quando aveva quindici anni, e ora la maltratta con noncuranza per assicurarsi la sua obbedienza. Non è nemmeno deciso, informato o intelligente, il che lo penalizza notevolmente nella sua lotta con l’affascinante e astuto Perly.

Perly Dinsmore avrebbe certamente potuto essere invece di John al centro della narrazione, ma Samson non ha scelto di impostare il suo romanzo in questo modo.

Perly Dunsmore: chi è? Cos’è? Cosa vuole? È una persona, un diavolo, un simbolo o tutte e tre le cose? Sebbene non vi siano elementi soprannaturali espliciti nella storia, l’ambiguità è palpabile e, una volta terminato il libro, non si è del tutto sicuri di come rispondere a queste domande. La natura enigmatica di Dunsmore è al tempo stesso un punto di forza e di debolezza; parte del motivo per cui John e i suoi amici sembrano così impotenti è che non sanno mai con chi e cosa hanno a che fare. La sua stessa sfuggevolezza spinge il lettore a voler afferrare saldamente questa figura criptica, e questo desiderio lo tiene incollato alle pagine.

Nella postfazione alla riedizione americana, il vedovo di Joan Samson, Warren Carberg, paragona Dunsmore a Donald Trump.

Esistono tuttavia altre interpretazioni altrettanto valide. Forse il libro parla dell’idea che le persone siano disposte a cedere la propria anima pezzo per pezzo piuttosto che sfidare il conformismo. Oppure Dunsmore rappresenta il capitalismo sfrenato: in fin dei conti, non gli interessano altro che denaro e potere, e per raggiungere questi obiettivi mercifica letteralmente le classi inferiori.

O ancora considerare quello che si chiama colonialismo di insediamento. Harlowe è un luogo in cui le famiglie vivono da tempo su terre occupate da antenati chiamati pellegrini e pionieri. John Moore è attaccato alla “terra”, convinto che la proprietà su cui vive, ereditata dai genitori, sia la fonte della sua identità e del suo successo passato e futuro.

Perly è grottesco nel suo senso di diritto e di potere, ma la retorica che usa per incoraggiare i ricchi a investire nei suoi progetti di sviluppo non è certo nuova: “Finché non avrai colonizzato un pezzo di terra tutto tuo, non saprai cos’è la vita. Non saprai cosa significa avere radici. Non saprai cosa significa avere potere nel lasciare il proprio segno…“. I Moore e Perly sono d’accordo su questo punto. E ciò che Perly fa ai Moore non è poi così diverso da ciò che gli antenati dei Moore fecero qualche secolo prima alle popolazioni indigene che incontrarono.

Tutti gli altri personaggi sono piuttosto semplici, e la maggior parte sono stereotipati ad eccezione

della moglie che ha un certo carattere, ma non lo sfrutta a dovere. Se fossi stata l’editor di Samson, avrei suggerito di scriverne ampie sezioni dal punto di vista di Mim che è un personaggio più interessante del marito. Inizialmente si lascia sedurre dal fascino e dalle promesse di Perly, per poi finire per sentirsi in colpa. Le scene narrate dal suo punto di vista sono tra le più coinvolgenti del romanzo.

In definitiva, però, “Il banditore” è un libro in cui punti di forza e di debolezza sono in un equilibrio quasi perfetto. A parte ogni negatività, bisogna riconoscere a Samson il merito di aver creato un modello narrativo che senza dubbio ha ispirato molti romanzi di Stephen King. La sua storia merita di resistere al tempo perché è senza tempo.

Dello Stesso Genere...
I cospiratori
Thriller
rcasazza
I cospiratori

Conosciamo la Corea per le mattane militariste di Kim Jong-Un, odierno dittatore di quella del Nord; della Corea del Sud, però, non sappiamo quasi nulla,

Leggi Tutto »
è atroce la luce
Giallo
cproietti
È atroce la luce

La vita di Giuà è quella di un uomo semplice, fatta di cose semplici: la terra, la fatica e il raccolto. Il tempo che scorre

Leggi Tutto »
Thriller
felix77
Nessuna resa ancora

Recensione a cura di Dario Brunetti Nessuna resa ancora è il nuovo romanzo del modenese Luigi Guicciardi uscito per Gilgamesh editore ed è il terzo

Leggi Tutto »

Lascia un commento