Il commissario Cosimo Lombardo arriva a Caracas con la compagna Carla con un sogno nel cuore: portare a termine un’adozione internazionale. Ma la capitale venezuelana, quarta città al mondo per tasso di omicidi, ha altri piani. Cosimo si ritrova presto coinvolto in un’operazione clandestina contro una rete di trafficanti di bambini, guidata dal misterioso boss “El Diablo”. Accanto a lui il capitano Demetrio Arcangeli, agente della DIA con una ferita ancora aperta. Tra sparatorie notturne, blitz nelle baraccopoli e tradimenti familiari, il viaggio si trasforma in qualcosa di molto più complesso di un’indagine di polizia: una storia sull’amore come atto di scelta.
Il merito principale di Giuseppe Petrarca è l’aver scritto un romanzo dove il thriller trascende. Al di là dell’azione, dei blitz notturni, degli scontri a fuoco, dei tradimenti, troviamo una riflessione autentica e commossa sulla genitorialità, sull’adozione e sul significato profondo del prendersi cura di chi non ha nessuno.
Il prologo in medias res proietta subito il lettore nel vivo dell’azione, e la scansione dei capitoli mantiene un ritmo sostenuto che non concede pause. Petrarca conosce bene i meccanismi del genere e li padroneggia, ma sa pure quando rallentare per lasciare spazio alle emozioni. Il suo protagonista è un uomo di legge che è anche un uomo fragile, ipocondriaco, abitato da dubbi e da un desiderio di famiglia che lo rende umano e vicino al lettore. Non è l’eroe invincibile, ma qualcuno in cui ci si può riconoscere.
La figura più potente del romanzo è tuttavia Juan, il ragazzino venezuelano che perde la madre nel corso della vicenda e che affronta il dolore con una dignità disarmante. È lui il vero centro morale del libro, e le pagine più belle e intense dell’intera opera sono quelle dedicate a lui, al sogno in cui cerca la madre, al risveglio tra le braccia di Carla, alla decisione silenziosa di continuare a vivere.
Il personaggio di Carla, dal canto suo, cresce nel corso della narrazione fino a diventare la voce lucida del romanzo: la lettera finale che scrive all’amica Lisa è uno dei brani più riusciti, capace di condensare in poche righe il senso di tutto il libro.
Anche l’ambientazione risulta presenza attiva nella storia. La Caracas di Petrarca è una città reale e spietata, descritta con precisione e rispetto: la corruzione sistemica, la povertà delle baraccopoli, la violenza endemica non sono elementi decorativi ma la sostanza stessa del dramma che si consuma, rendendo la storia anche documento civile su una parte del mondo spesso ignorata.
Ciò che rimane della lettura quindi non è l’adrenalina delle sequenze d’azione, ma qualcosa di più duraturo: la convinzione che l’amore autentico non si misura nel sangue, ma nella scelta di esserci. Padre Josè, la figura del sacerdote che costruisce speranza mattone dopo mattone in mezzo al degrado, incarna questa verità con discrezione e forza.
In conclusione: I bambini di nessuno è un romanzo che ha il coraggio di credere nel bene, senza ingenuità e senza retorica. In un panorama editoriale spesso dominato dal cinismo, è una voce che vale la pena ascoltare.

