Fuga in Siberia. Lo zar e lo sciam
Nei cantieri navali di Zaandam, fra argani e scafi in costruzione lavora in incognito lo zar Pjotr Alekseevič Romanov, deciso a carpire dai maestri olandesi l’arte della carpenteria navale. Mentre a Mosca il trono vacilla tra congiure e rivolte, Pjotr progetta di rifondare l’impero, oscillando tra visioni grandiose e una spietata sete di vendetta. Tornato in patria, abbatte tradizioni secolari, introduce costumi stranieri, reprime nel sangue gli oppositori e non esita a impugnare la scure in prima persona. Accanto a lui, Martin Janssen, un giovane servo olandese, diventa testimone inconsapevole delle sue contraddizioni. Il potere dello zar segna anche il destino di Ivan e Kira, fratelli senza famiglia che sopravvivono tra miseria e fanatismo religioso, in fuga da Mosca per sfuggire all’arresto. Sarà la Siberia, remota e crudele, con le sue lande sterminate e i suoi riti ancestrali a trasformarsi nel crocevia delle loro vite: terra di esilio e di speranza, ultima frontiera di coloro che resistono alla tirannia del potere centrale.
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Recensione a cura di Ileana Valente

Intrighi, amori più o meno leciti, amicizia, classi sociali e un tempo che non c’è più o, forse, è ancora tanto vicino. Due storie parallele, due personaggi tanto distanti da essere simili, nelle idee, nei destini. Lo zar e una fanciulla ribelle, con la stessa sete di potere, di giustizia a modo loro, di amare incondizionatamente, di comandare le proprie vite e quelle degli altri a loro piacimento.

Se nella prima parte della storia lo zar è un giovane lavoratore intento a carpire i segreti dell’arte navale dai maestri olandesi, nella seconda parte è un capo di stato assetato di vendetta a tutti i costi e contro chiunque si metta sulla strada del suo progetto di egemonia. Se nella prima parte lo zar è accompagnato dal suo servo Martin, che lo accudisce quasi come un figlio, nella seconda parte Martin fugge da quell’uomo così pacato e solo, che tornato in patria diventa tiranno senza remore. Ma Martin affronta un viaggio. La Siberia, terra fredda, desolata e lontana è la meta del riscatto, del poter iniziare una nuova vita e apprendere tutto ciò che di sconosciuto incontra sul suo cammino.

Quando in scena entrano Kira e il fratello Ivan, Martin passa di nuovo in secondo piano e fa da spalla alla nuova protagonista Kira. Anch’ella fugge e trascina con sé suo fratello e anche Kira si ritroverà a diventare spietata quando le verranno attaccati gli affetti più cari.

Lo zar e Kira non si incontreranno mai ma, entrambi, dovranno affrontare lo stesso irreparabile destino.

La conoscenza, lo studio e la precisione con cui Daniele Cellamare compone questo romanzo, ci conferma la sua bravura nel narrare storicità, geopolitica, antropologia e intreccio narrativo al meglio. La Russia, i suoi tanti popoli divisi tra le città dello zar e le terre dei deserti di ghiaccio, le tante diversità culturali e ambientali, ci portano ad affrontare un tema profondamente attuale. Se, alcuni personaggi vengono mostrati soprattutto per i loro difetti, altri vengono descritti come “la mano tesa di cui non si può fare a meno” e, spesso, diventano essi stessi protagonisti della storia.

Le ambientazioni curate, realistiche e scenografiche, ci fanno provare il gelo della Siberia e l’opulenza dei palazzi dello zar, ci mostrano come in una foto gli arsenali navali dei porti olandesi e le brutture, gli umori e i colori tetri delle taverne abitate dai disperati. Il finale, piuttosto breve, ci lascia sperare ci sia un secondo volume a completare la storia dei co-protagonisti.

Una conferma per gli amanti del genere, in Cellamare, che con questo nuovo romanzo ci apre una nuova finestra sulla Russia dei Romanov.

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