Missiroli, con una prosa asciutta e dialoghi ridotti all’essenziale, realizza un racconto declinato tutto al maschile, che con pochi e precisi tratti riesce a raggiungere le pieghe più introverse dell’anima dei personaggi.
Fin dalle prime pagine si percepisce come ogni singola parola sia stata soppesata con cura, come nulla sia stato lasciato al caso. I silenzi svelano quasi più delle parole, e le presenze sono reali tanto quanto le assenze.
La narrazione, lontana dalla retorica del giudizio e della giustificazione, scava tra gli strati sovrapposti del passato, recuperandoli senza un ordine cronologico, con la casualità tipica delle istantanee conservate alla rinfusa nelle scatole dei ricordi.
Nando e Sandro, alla faticosa ricerca di una nuova stabilità dopo un lungo tempo di lontananza, procedono tra un altalenante succedersi di distanze e riavvicinamenti, complicati dalla malattia di Nando e dalla ludopatia di Sandro.
Per Sandro il fine non è avere di più, ma rischiare per avere tutto. Sfidare la logica delle probabilità statistiche della vincita e della perdita, sopportare i digiuni nella speranza di nuove abbuffate.
Per Nando quel figlio inquieto, sempre alla ricerca di qualcosa che lo allontani dall’ordinario, è una fonte continua di ansia e preoccupazione, un’altalena perenne tra speranze e obiettivi mancati.
Il peso dei ruoli, dell’asimmetria che governa i legami tra genitori e figli, è centrale alla narrazione ed emerge prepotente con lucida schiettezza.
Un padre ama per sempre, incondizionatamente, malgrado le delusioni. Non è debolezza, non è resa. È viscera, necessità, proiezione del proprio sé.
Un figlio da quell’amore invadente deve difendersi, per non esserne travolto e schiacciato, romperne gli argini per aprirsi a strade sconosciute, per superare i propri limiti, per guadagnarsi la libertà di poter sbagliare.
L’essenza dei protagonisti viene messa a fuoco poco per volta, come le carte al tavolo da gioco, mescolando meschine bassezze a generose qualità, che fuse insieme restituiscono al lettore personaggi reali e credibili, fragili ed epici allo stesso tempo. Perché sopravvivere alla propria miseria è in sé un atto di eroismo. E anche perché ognuno è quello che è, ma anche qualcosa di meglio o di diverso.
