Avere tutto
Sandro torna a vivere a Rimini, da suo padre Nando, dopo anni di vita milanese. Non si sono mai capiti molto, loro due, e parlati anche meno. Ma si somigliano, occupano facce diverse di uno stesso dado. Ostinati, introversi, orgogliosi. Si osservano di nascosto, con circospezione, avanzando con cautela tra i solchi di una quotidianità difficile da recuperare. Sandro, pubblicitario free lance dalle idee brillanti e ricavi incerti, ha un passato al tavolo verde che lo ha portato a bruciare rapidamente, insieme al sogno d i una famiglia con Giulia, buona parte dei risparmi suoi e dei genitori. Sono quattro anni che ha smesso di giocare, dal giorno della morte di sua madre, ma il gioco d’azzardo è più subdolo di una droga. La nostalgia del formicolio ai polpastrelli quando tieni le carte in mano torna infatti ciclicamente a fiaccargli la volontà, e resisterle è la battaglia continua di una guerra senza fine. Nando, rassegnatamente adattato al vuoto che ha lasciato Caterina, fatica ad accettare l’incertezza in cui versa un figlio ormai quarantenne che, come frequente accade in questa generazione, ha ben poco di concreto in mano. Scoperto recentemente di avere una metastasi in stato avanzato, dopo aver rifiutato di sottoporsi a terapie invasive ed invalidanti che, nella migliore delle ipotesi, servirebbero solo ad allungargli di poco la sofferenza, decide di vivere il tempo che gli resta perpetuando le abitudini quotidiane. Non ha paura di morire, ha solo timore di lasciare solo un figlio adulto che non ha ancora trovato un equilibrio e finge malamente di saper di badare a se stesso. “Cosa faresti con un milione di euro in più e cinquant’anni di meno?” è la domanda/gioco che campeggia tra i loro silenzi, tra i loro segreti. E la risposta che si scambiano, ogni volta diversa, assembla elementi sospesi tra sogno e verità, azzardando ermetici tentativi di intime confessioni. Lo spazio tra le loro distanze è riempito dal malinconico ricordo di Caterina, più che mai presente nella casa di famiglia, mentre sullo sfondo le suggestioni di una Rimini opaca, così distante dagli iconici colori chiassosi dei lidi estivi, accompagnano il complicato viaggio tra miserie e grandezze di due vite straordinariamente comuni.
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Missiroli, con una prosa asciutta e dialoghi ridotti all’essenziale, realizza un racconto declinato tutto al maschile, che con pochi e precisi tratti riesce a raggiungere le pieghe più introverse dell’anima dei personaggi.

Fin dalle prime pagine si percepisce come ogni singola parola sia stata soppesata con cura, come nulla sia stato lasciato al caso. I silenzi svelano quasi più delle parole, e le presenze sono reali tanto quanto le assenze.

La narrazione, lontana dalla retorica del giudizio e della giustificazione, scava tra gli strati sovrapposti del passato, recuperandoli senza un ordine cronologico, con la casualità tipica delle istantanee conservate alla rinfusa nelle scatole dei ricordi.

Nando e Sandro, alla faticosa ricerca di una nuova stabilità dopo un lungo tempo di lontananza, procedono tra un altalenante succedersi di distanze e riavvicinamenti, complicati dalla malattia di Nando e dalla ludopatia di Sandro.

Per Sandro il fine non è avere di più, ma rischiare per avere tutto. Sfidare la logica delle probabilità statistiche della vincita e della perdita, sopportare i digiuni nella speranza di nuove abbuffate.

Per Nando quel figlio inquieto, sempre alla ricerca di qualcosa che lo allontani dall’ordinario, è una fonte continua di ansia e preoccupazione, un’altalena perenne tra speranze e obiettivi mancati.

Il peso dei ruoli, dell’asimmetria che governa i legami tra genitori e figli, è centrale alla narrazione ed emerge prepotente con lucida schiettezza.

Un padre ama per sempre, incondizionatamente, malgrado le delusioni. Non è debolezza, non è resa. È viscera, necessità, proiezione del proprio sé.

Un figlio da quell’amore invadente deve difendersi, per non esserne travolto e schiacciato, romperne gli argini per aprirsi a strade sconosciute, per superare i propri limiti, per guadagnarsi la libertà di poter sbagliare.

L’essenza dei protagonisti viene messa a fuoco poco per volta, come le carte al tavolo da gioco, mescolando meschine bassezze a generose qualità, che fuse insieme restituiscono al lettore personaggi reali e credibili, fragili ed epici allo stesso tempo. Perché sopravvivere alla propria miseria è in sé un atto di eroismo. E anche perché ognuno è quello che è, ma anche qualcosa di meglio o di diverso.

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