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Stasera al cinema

The Drama – Un segreto è per sempre
QUANDO SCOPRI VERAMENTE CHI AMI, LO AMI ANCORA?
Antonino67
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Antonino67
Mi chiamo Antonino Falleti, 58 anni. Sono iscritto al DAMS, dove approfondisco lo storia del cinema e della scrittura .

Film 2026 Genere drammatico, romantico. Regia di Kristoffer Borgli. Cast Robert Pattinson, Zendaya, Alana Haim, Mamoudou Athie, Zoë Winters, Michael Abbott jr., Jordyn Curet, YaYa Gosselin, Peyton Jackson, Echo Campbell, Doria Bramante, Greer Cohen. Distribuzione: I Wonder Pictures

Recensione a cura di Antonio Falleti

Ci sono film che raccontano un delitto. E poi ci sono film che usano il delitto come un bisturi: incidono la superficie rispettabile delle relazioni e mostrano ciò che c’è sotto. Non il sangue, ma qualcosa di forse più sgradevole: la decomposizione della fiducia.

La domanda, allora, smette presto di essere «chi è il colpevole?». Diventa molto più feroce: quanto possiamo conoscere davvero la persona che amiamo? E soprattutto, quanto siamo disposti a perdonarle prima che l’amore si trasformi in cecità, vigliaccheria o complicità?

Un segreto si insinua nella normalità di una coppia come un’infezione. Il matrimonio, le amicizie, le abitudini, quella piccola architettura di certezze con cui ci convinciamo di conoscere chi ci dorme accanto: tutto comincia a marcire. Prima quasi impercettibilmente, poi senza più possibilità di nasconderlo. Gli sguardi cambiano prima delle parole. Il sospetto occupa ogni spazio.

È qui che il film trova uno dei suoi nuclei più inquietanti. Chi è veramente colpevole? Chi ha immaginato il male? Chi lo ha progettato? Chi lo ha compiuto? Chi sapeva? Chi ha preferito non sapere? E quanto è innocente chi, per amore, decide deliberatamente di non vedere?

Il richiamo a Elephant di Gus Van Sant è inevitabile, non tanto per una somiglianza narrativa quanto per la maniera in cui il male attraversa la quotidianità senza annunciarsi. Il mostro non porta necessariamente una maschera. Può avere un volto ordinario, familiare, persino amato. È questa normalità dell’orrore a rendere tutto più disturbante.

Per buona parte della durata, però, il film sembra quasi trattenersi. Accumula tensione, silenzi, sospetti e mezze verità, ma non sempre riesce a trasformarli in autentica necessità drammatica. A tratti appare troppo costruito, perfino esitante, come se avesse paura di sporcarsi davvero le mani.

Poi arriva il matrimonio.

Ed è lì che il film finalmente esplode.

Quello che dovrebbe essere il rito pubblico dell’unione diventa una dissezione sentimentale. Una festa trasformata in tribunale. Amore, amicizia, famiglia e fiducia vengono messi sul tavolo e aperti uno dopo l’altro, ancora vivi. Il matrimonio non celebra più niente: processa tutti.

In questa lunga sequenza è difficile non avvertire un’eco del cinema di Lars von Trier: la capacità di prendere una cerimonia, una tavola apparecchiata, una comunità riunita e trasformarle in un campo di battaglia morale. La festa continua, ma ormai sembra il banchetto organizzato intorno a un cadavere che nessuno vuole ancora riconoscere. Gli invitati cessano di essere comparse: diventano testimoni, giudici, complici.

Il segreto entra nella sala come un veleno e da quel momento non esiste più innocenza.

Scatta la paranoia. Quanto è forte il mio amore? Può sopravvivere alla verità? E, domanda ancora più scomoda, deve sopravvivere?

Perché amare qualcuno finché corrisponde all’immagine che ci siamo costruiti è relativamente semplice. Il problema nasce quando quella figura si rompe e dietro compare qualcosa di moralmente ripugnante, forse imperdonabile. A quel punto il perdono smette di essere automaticamente una virtù. Può diventare una forma di rimozione. O peggio: una partecipazione silenziosa alla colpa.

La contraddizione è brutale. Nella vita ordinaria assistiamo a coppie che si distruggono per molto meno: un tradimento, una gelosia, un messaggio scoperto sul telefono, una menzogna mediocre. Qui, invece, il sentimento viene portato davanti al suo limite estremo. Non si domanda più se l’amore possa sopravvivere a una crisi, ma se possa sopravvivere all’orrore senza diventare esso stesso qualcosa di moralmente ambiguo.

Gli attori, soprattutto nel finale, sono notevoli proprio perché non recitano soltanto la paura: recitano la necrosi. La fiducia muore lentamente sui loro volti. Bastano esitazioni, silenzi, corpi immobili e occhi che improvvisamente non riconoscono più ciò che hanno davanti.

Ed è per questo che gli ultimi trenta minuti valgono, quasi da soli, tutto il film.

Sono trenta minuti feroci, disturbanti e finalmente necessari. Una catarsi senza purificazione. Non si esce rassicurati, non arriva una morale capace di rimettere ogni cosa al proprio posto. Rimane invece una domanda sporca, irrisolta, forse volutamente insopportabile.

Quando scopri veramente chi è la persona che ami, riesci ancora ad amarla?

E se la risposta è sì, resta la domanda peggiore di tutte: fino a che punto il perdono è ancora amore, e da quale punto in poi diventa complicità?

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