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Stasera al cinema… Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson


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a cura di Stefania Ghelfi Tani

 

Affascinata! In primis dalla carismatica presenza di “lui”, in secundis da una pellicola di classe, da un’ottima regia, da una cornice musicale calibrata e calzante grazie a Jonny Greenwood, dai suoni come quelli delle posate, dell’acqua che viene versata nel bicchiere, elevati a tal punto da renderli protagonisti e infine da una fotografia che incanta, oserei dire pittorica, in quanto ogni singola inquadratura è una piccola opera d’arte.

Un film dall’andamento lento ma non pesante, gli unici momenti di velocità sono quelli in auto, che creano un inaspettato dinamismo e una rapida frattura di respiro nello svolgimento di una storia quasi interamente girata in interni.

Negli anni ’50 quando non c’era ancora l’attuale industria della moda, la settima arte era gestita da un gruppo di eccellenti e riveriti stilisti che vestiva clienti facoltosi, aristocratici e star del cinema che ambivano alla perfezione; gli abiti – realizzati per il film dal costumista Mark Bridges – dovevano essere il passepartout per la massima ammirazione.

Daniel Day-Lewis è perfetto nel suo essere lo stilista Reynolds Woodcock, algido e sensuale, insopportabile e affascinante, meticolosamente ossessivo e geniale che vive in un microcosmo di donne (un complesso di Edipo con la madre defunta, una “vecchia tale e quale” sorella, amanti, moglie e le lavoranti della sua casa/atelier) per vestire un universo femminino.

Ho amato il doppiaggio di Massimo Lodolo che ha dato profondità e ulteriore fascino al protagonista.

Vicky Krieps che interpreta Alma Elson lavora di sottrazione, regalandoci l’immagine di una donna sottomessa, ma in verità la sua è solo ostinata resilienza. Con astuzia riuscirà a portare a galla la fragilità di un uomo apparentemente granitico, in un modo molto poco convenzionale. Alma non desiste mai nei confronti dell’oggetto del suo amore, è una lotta sottile atta a far perdere il controllo a Reynolds, con atteggiamenti contraddittori, un dare e un togliere che mira a renderlo indifeso e bisognoso di aiuto. Lo vuole dipendente da lei, vuole scardinare una vita scandita da una rigida routine, quasi che sia necessario un ordine maniacale per arrivare ad eccellere.

La sorella Cyril interpretata da Lesley Manville, è una presenza potente e autoritaria che però rimane al servizio, alla protezione, al controllo del fratello e della casa di moda privandosi di una sua propria vita.

Tutta la storia si basa su giochi di potere relazionali, sulla “fame” di amore, sesso, attenzioni, successo. Una fame alla quale non si può resistere né rinunciare.

Giochi di forza che creano una dipendenza fortissima ma quasi invisibile, come le brevi frasi celate tra la stoffa degli abiti.

Il filo nascosto racconta di un uomo che cede il “volante” della sua vita a una donna, permettendo che un’esistenza cucita su misura subisca dei mutamenti e delle interruzioni; si parla di una concessione reciproca, del sacrificio di una parte di sé per poter avere l’altro.

Ma è anche la storia di legami inscindibili con una madre, con una sorella e con la propria arte.

Le stoffe che vengono cucite, i fili che si intrecciano nelle trame, gli aghi che entrano ed escono dai tessuti, sono gli stessi che feriscono e uniscono mente, carne e sentimenti per creare un pezzo unico. Fondamentale scoprire quale è il filo nascosto necessario a saldare ciò che sembrerebbe destinato a non essere legato.

È una storia d’amore fuori dagli schemi, cerebrale e spiazzante.

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