Regia di Paolo Sorrentino
Film del 2004 con Toni Servillo, Olivia Magnani, Adriano Giannini, Raffaele Pisu, Angela Goodwin, Gianna Paola Scaffidi, Giselda Volodi, Nino D’Agata
Genere: Drammatico
Titta Di Girolamo è un ex operatore finanziario che, a causa di un grosso affare andato male, è stato esiliato a vita da Cosa Nostra in un albergo in Svizzera, dove ogni mese riceve una valigetta ricolma di denaro sporco da depositare in una banca locale. La sua vita scorre piatta e monotona, fra i ricordi dolorosi di una famiglia perduta, il rimpianto per tutto quanto non ha potuto vivere, le partite a carte e le poche e svogliate chiacchiere con i clienti e il personale dell’albergo. Finché, un giorno, l’amore irrompe nella sua esistenza e lo costringe a riprendersi la vita, quella vera…
Ci sono film che sembrano scritti d’un fiato, che sembrano rivelarsi al loro autore già completi, scena per scena, dialogo per dialogo, inquadratura per inquadratura. Sono quei film che, per una sorta di miracoloso incidente, vengono fuori dall’anima senza che i filtri della lavorazione gli tolgano, fase dopo fase, la propria luce primigenia. Le conseguenze dell’amore ne è un esempio calzante: un film essenziale ma potente, come un frammento poetico, che trafigge lo spettatore fino in fondo al suo essere, dove risiede l’io più irrazionale, emotivo, sensitivo; un film che toglie il fiato, stringe lo stomaco, commuove.
Siamo nani sulle spalle di giganti; perciò possiamo vedere più lontano di loro. Così ebbe a dire Bernardo di Chârtres, filosofo medievale, e Sorrentino lo sa bene: Le conseguenze dell’amore nasce dall’innesto di un topos letterario antico, quello stilnovistico della donna-angelo, che eleva moralmente l’uomo e lo guida verso la divinità, sul ramo di una storia ambientata ai giorni nostri, da cui ogni tensione spirituale, ogni slancio verso il metafisico, il soprannaturale, sono banditi e dove il denaro è l’unico vero dio. Il protagonista della storia è un uomo annichilito, tediato dall’esistenza, un personaggio grigio e insignificante, l’ombra di se stesso, che esiste solo “di sfuggita”, proprio come le occhiate fugaci e distratte che gli rivolgono i clienti dell’albergo in cui è confinato, i quali, una volta usciti da lí, lo dimenticheranno per sempre: l’opposto dell’uomo passionale, romantico, intellettuale, tormentato da qualche grande dilemma. Infine, il paesaggio: statico, bigio, smorto, polveroso, dove non succede mai niente. L’antitesi fra spleen e ideal – volendo indugiare nel gergo letterario – è massima: per questo, quando il Bello invade la scena, lo fa con una potenza devastante, struggente.
Antitesi resa ancora più esasperata da un’ ulteriore, stridente commistione: quella fra i canoni narratologici del cinema di genere e del film d’autore più introspettivo e lirico. Titta Di Girolamo è, in fin dei conti, un criminale che ha a che fare con altri criminali, e le parti della pellicola maggiormente incentrate su tale aspetto della vicenda vengono narrate con gli stilemi tipici del cinema noir: non mancano sparatorie, omicidi su commissione, colpi di scena, il tutto condito da commenti musicali adeguati e da toni cupi. Del resto, non è casuale che il noir sia il genere cinematografico che più si presta a raccontare l’inferno dell’era contemporanea, quello delle anime dannate che vagano per le metropoli indugiando nella perdizione: non c’è paradiso senza inferno, e Sorrentino, per la sua storia contemporanea, ha scelto una cornice da inferno contemporaneo.
Il racconto dell’amore, poco più che platonico – è importante sottolinearlo, parlando di stilnovo – che sboccia fra Titta e la giovane barista dell’albergo, è di un’ infinita, vibrante dolcezza, che appaga il cuore dello spettatore e lo costringe a tornare ragazzino, a sentire di nuovo le sensazioni, le suggestioni, il subbuglio emotivo propri del primo innamoramento. Titta è un uomo di mezza età, lei una giovane donna: eppure, soprattutto per il primo, innamorarsi è tornare a una purezza ormai dimenticata, ritrovare la propria quintessenza di uomo, che non si accontenta più di sopravvivere ma rivendica la pienezza, la complessità, i turbamenti della vita vera. Come un adolescente, Titta torna a balbettare, a esitare, a imbarazzarsi davanti alla sua donna, che invece appare più matura, consapevole, a tratti materna, perché non ha dovuto rinunciare ad esistere come lui. Soprattutto, torna a sorridere; e proprio nel primo sorriso di Titta, che gli si distende lentamente sul volto dopo aver trovato finalmente il coraggio di rivolgere la parola alla sua amata, sta lo spartiacque del film: la paura di esistere è finita, comincia una nuova vita, una vita autentica, degna di essere vissuta. Solo in quel momento cruciale della pellicola ci si rende conto che Titta, fino a quel momento, è stato sempre serioso, greve, triste, e quel raggio di luce che rivela l’inizio della sua riscossa interiore scuote con impeto lo spettatore, che si sorprende ad esser diventato egli stesso Titta: perché Titta è tutti noi, che dobbiamo rinunciare a inseguire i nostri desideri più profondi per tenerci sulla strada obbligata di una routine pragmatica, mediocre, vuota.
D’altronde, tutto il film è imperniato sulla dicotomia realtà-altrove, corpo-spirito, superficialità-profondità. Tutti i personaggi, da quelli secondari a quelli marginali, sentono in qualche modo il bisogno di andare oltre la cortina del tangibile, di vivere o sfiorare la propria dimensione metafisica: dal ricco giocatore d’azzardo caduto in disgrazia, che vuole morire “in maniera rocambolesca” per lasciare il segno nel mondo caduco e anonimo degli uomini qualunque, fino al sicario di Cosa Nostra che viene “sorpreso” nella sua umanità quando alla radio parte Rossetto e cioccolato di Ornella Vanoni e lui, rapito da quel brano e dimentico della sua “malvagità”, comincia a canticchiarla con trasporto – una delle sequenze più liriche di tutto il film -, come facciamo tutti quando una qualche canzone ci risveglia dal piattume quotidiano e ci ricorda di essere vivi.
Eppure, nonostante alla fine si sia lasciato andare, Titta lo ha sempre saputo, tanto che ad un certo punto del film se lo appunta: “Non sottovalutare mai le conseguenze dell’amore”. Perché l’amore, portandoci fuori dai binari di una vita pragmatica e razionale, abitudinaria, ripetitiva e perciò tranquilla, rassicurante, è pericoloso, sovversivo: una volta seguita la sua strada, non si può più tornare indietro, a quella vita bigia e monotona che ormai appare mediocre, meschina. Così, quando alla fine un’altra grande, oscura forza che da sempre domina il mondo e contro cui scienza, tecnica, ricchezza sono state e sono tuttora impotenti, il Fato, irromperà nella vita di Titta, costui, posto davanti al dilemma se tornare alla sua gabbia dorata o ribadire la sua rinascita di uomo, sceglierà la seconda strada; anche se il prezzo da pagare sarà il più alto in assoluto.
Il finale commuove, strazia, fa accapponare la pelle. Belle le musiche, ora elettroniche, espressione di un mondo post-moderno che va verso la sua irreversibile, inesorabile decadenza, e in cui non c’è più posto per quanto non si tocchi o non si veda; ora “neoclassiche”, sinfoniche, melodie che rimandano a un’epoca d’oro dello spirito, dei sentimenti, delle passioni umane ormai scomparsa ma le cui scintille covano sempre, pronte a riaccendersi e a divampare, sotto la cenere della modernità.
Ma basta con le chiacchiere. Correte a vedere – o a rivedere – Le conseguenze dell’amore. Alla fine, vi stupirete di quanto suonino vere le parole che Titta rivolge al direttore di banca in una delle scene più iconiche del film: “Non bisogna mai smettere di avere fiducia negli uomini, direttore. Il giorno che avverrà, sarà un giorno sbagliato”.
Buona visione.

