Recensione a cura di Dario Brunetti
La ladra è una piccola primizia letteraria dello psichiatra e scrittore italiano Mario Tobino uscita per Mondadori nel 1984.
Seppur l’opera sia molto breve racchiude due componenti stilistiche fondamentali dello scrittore viareggino: la poetica e poesia. Entrambi non viaggiano su due binari separati ma riescono a fondersi alla perfezione.
Protagonista di questa breve storia è Assunta, una contadina vittima dell’ignoranza e della superstizione, nonché fedele domestica della sua padrona, una donna dalle grandi doti umanitarie che si prende cura della donna cercando di educarla al meglio e di ripulirla dalla sua rozzezza.
In cambio Assunta le da la sua gratitudine e onestà con l’intento di compiacere la sua benefattrice attraverso la sua riverenza.
Nella villa l’ordine non manca e ciascun domestico svolge al meglio il proprio compito compresa Assunta.
La donna è sposata con Giobetto, un rapporto sentimentale radicato nella vita rurale. L’uomo rappresenta il classico sempliciotto gentile ed educato che sa destreggiarsi nei lavori manuali.
Sembra davvero non accadere nulla nella villa e la monotonia prende il sopravvento sulla vita delle persone fino a quel fatidico giorno!
La monotonia è sempre annunciatrice di un disastro che sta per avvenire e che va a rompere un meccanismo oliato proprio come vuole Tobino.
Ad un certo punto della storia una domanda sorge spontanea: una promessa fatta può diventare un’ossessione a tal punto da commettere un furto?
Tobino crea una prigione tra le mura domestiche che diventano una trappola psicologica per la protagonista di questo romanzo che la porta a commettere un furto nell’incredulità generale della sua stessa padrona.
Questo aspetto annuncia la rottura di un legame. Le aspettative e le attese si trasformano in un obbiettivo esistenziale da raggiungere. La padrona vuole modellare a suo piacimento Assunta e questa peculiarità avrà un effetto devastante sul loro rapporto. La signora deumanizza Assunta e la rende un automa. Vien meno la volontà della stessa donna che sentendosi in balia della sua padrona, commette il più grave dei gesti tradendola.
Il furto non diventa quindi un semplice reato commesso, ma un paradosso psicologico che consiste nel ritrovare un’autonomia perduta. La donna rozza dall’occhio storto trova finalmente la sua libertà tanto desiderata perché si sentiva vittima di un ingranaggio soffocante.
L’occhio storto della donna non è un dettaglio che passa inosservato perché va a rappresentare l’incongruo nell’apparente normalità. È abituato da sempre a guardare altrove, verso l’ancestrale e totalmente incapace di osservare delle regole imposte.
Con La ladra, Tobino ci regala un piccolo capolavoro degno di una rappresentazione teatrale, in cui la villa sarebbe il palcoscenico perfetto dove si consumano (come un geniale Carmelo Bene ci insegnò) l’atto e l’azione: in cui il primo rappresenta la volontà di potenza, mentre nel secondo, l’imprevedibile gesto che deciderà per sempre la frantumazione di un rapporto.


