Per la rubrica...

Ti consiglio un film (tra un libro e l'altro)

La casa dalle finestre che ridono
Ti è piaciuto questo articolo? Faccelo sapere nei commenti….
Salvatore Napoli
Scrittore Affermato
Salvatore Napoli
Salvatore Napoli, classe 1989, lucano di Senise (PZ), è insegnante di Lettere e Storia nonché scrittore. Ha all’attivo tre pubblicazioni: la raccolta di racconti thriller e horror Nel corridoio della notte (Horti di Giano, 2019); il primo volume della collana trimestrale Gotico Italiano, contenente la storia a fumetti Il vizio di uccidere (di cui Salvatore ha scritto la sceneggiatura) e la ghost-novel Ritratto di donna sfregiata (Horti di Giano, 2021); il romanzo giallo La donna che offriva il caffè ai fantasmi (Horti di Giano, 2022). Ha partecipato a vari concorsi letterari dedicati alla letteratura thriller e horror, qualificandosi tra i finalisti: al Terni Horror Fest, nel 2018, e al FI.PI.LI. Horror Festival, nel 2021. Appassionato di cinema, scrive recensioni e articoli sulla settima arte (molti dei quali pubblicati sul sito web Scheletri.com) e ha condotto, nel 2022, una rubrica sul cinema di genere italiano degli anni ’70 e ’80 per l’emittente web Radio Decadenza, intitolata Spaghetti alla Corman. Cultore di cronaca nera, ha scritto vari articoli su delitti e serial killer italiani del passato pubblicati su vari siti web, tra cui cronaca-nera.it e hortidigiano.com/blog.

Regia di Pupi Avati

 

Film del 1976 con Lino Capolicchio, Francesca Marciano, Bob Tonelli, Gianni Cavina, Giulio Pizzirani, Vanna Busoni, Pietro Brambilla, Eugene Walter

 

Genere: Thriller

 

 

Bassa Ferrarese, anni ’50. Stefano, un restauratore, si reca in un placido e sonnolento paesino di campagna con l’incarico di recuperare all’usura del tempo un affresco che rappresenta il martirio di San Sebastiano, dipinto sulla parete di una chiesa da Buono Legnani, un pittore pazzo morto suicida molti anni prima.  Ma, a parte il signor Solmi, che ha offerto l’incarico a Stefano, l’intera comunità sembra invece voler dimenticare completamente Buono Legnani: tanto più che, oltre alla sua follia e a certe scabrose malelingue, che narrano di presunti rapporti incestuosi tra il pittore e le sorelle, negli ultimi anni della sua esistenza Legnani aveva preso a ritrarre gente prossima al trapasso e si era perciò guadagnato l’epiteto di “pittore delle agonie”.

Leggende di paese, pensa Stefano, ignorando persino gli inquietanti resoconti del suo amico Antonio, anch’egli in paese per lavoro, circa alcune sue indagini sul pittore. Ma una notte proprio lui, Antonio, precipita dal balcone della pensione in cui alloggiava. Da questo momento comincia per Stefano, sempre più ossessionato dalla figura di Buono Legnani e più che mai convinto che Antonio sia stato ucciso, una lenta ma inesorabile discesa tra gli orrori celati dietro la banale monotonia della soporifera provincia rurale. Fino allo sconvolgente, spiazzante finale.

 

Ci sono film che spaventano e film che fanno paura. Per quanto intenso però, lo spavento dura pochi istanti, è effimero; la paura, invece, resta, si attenua ma non sparisce, si sedimenta nel profondo e, a volte, rimane per sempre. La casa dalle finestre che ridono appartiene senz’altro alla seconda categoria, poiché in grado di lasciare nello spettatore una funesta, atroce consapevolezza: l’orrore è dappertutto, non ha nulla di straordinario e spesso si nasconde, anzi, dietro la più banale e monotona quotidianità.

Nel veicolare tale terribile significato, Pupi Avati si rivela un narratore raffinato ed espressivo nonché un esperto narratologo, capace di rovesciare la semantica di quanto ciascuno di noi associa spontaneamente alla quiete, alla serenità, al Bene, all’ordinario. Un ameno paesaggio campestre si rivela così essere custode di terribili segreti; la purezza e la semplicità della piccola comunità di provincia, dove tutti si sostengono a vicenda e dove certe cose non succedono, nascondono invece un vaso di Pandora, ricolmo del male più perverso, sadico e retrogrado; un dipinto sacro diviene veicolo di una presenza malefica; le persone all’apparenza più fragili e inermi diventano le più malvagie e pericolose.

Ma la pervasività di tali concetti non sarebbe così potente ed immediata senza un adeguato corrispettivo in termini estetici e di forma, raggiunto anzitutto grazie ad un intreccio ben congegnato, dove lo spettatore brancola in un contesto dove tutto è taciuto o, al massimo, bisbigliato, in cui l’inganno e il depistaggio si trovano ovunque, dove le facce pulite, gli atteggiamenti affabili, i sorrisi e le parole gentili non sono altro che un tappeto sotto cui si celano il più disgustoso sudiciume morale, le abitudini più grette e aberranti, la follia più contorta.

Da buon dantista, Pupi Avati vuole trascinare in toto lo spettatore nel suo inferno, e punta a stimolarne la sfera sensoriale oltreché quella mentale ed emotiva: certi personaggi e alcune ambientazioni comunicano analogicamente una sensazione di sporco, di degrado, di squallore estremo, altri rendono quasi fisico il profondo disagio psichico in cui sono costretti, altri ancora appaiono grotteschi, quasi subumani.

La perizia narratologica di Pupi Avati si rivela, inoltre, nel suo saper rielaborare in chiave moderna vecchi e disusati moduli narrativi, da quelli orali della civiltà contadina, con cui gli anziani terrorizzavano i bambini alla sera, davanti al focolare, per educarli, tramite la paura, agli orrori del mondo, a quelli scritti del romanzo gotico. È dalle leggende di paese, dalle storiacce della cronaca locale, che Avati, come egli stesso dichiara, ha pescato a piene mani per plasmare il soggetto del film. Al contempo, le atmosfere e le ambientazioni de La casa dalle finestre che ridono sono squisitamente gotiche: ne è un esempio emblematico la chiesa in cui si trova l’affresco maledetto.

Proprio come le voci di quei vecchi contadini di un tempo, l’orrore resta per gran parte del film solamente sussurrato, non vi sono scene truci o macabre e tutto è affidato alla suspense, alle atmosfere cupe, ai rumori sinistri, al silenzio e alle tenebre. Eccetto che negli ultimi trenta minuti finali: qui il suggerito diviene di punto in bianco palese, l’orrore prorompe nelle sue forme più raccapriccianti, la paura diviene terrore e l’angoscia si muta in uno sbigottimento allucinato e delirante, in un crescendo di violenza e terrore che ha la sua acme nel finale: totalmente inaspettato da risultare assurdo, così traumatico da rasentare lo shock.

Davvero sinistra la colonna sonora. Lino Capolicchio e Gianni Cavina – entrambi da poco mancati… – danno grande prova di sé, contribuendo alla potenza emotiva e semantica di questo capolavoro.

Che dire di più? Correte a vedere – o a rivedere – La casa dalle finestre che ridono: scoprirete quanto sia facile, alle volte, tornare ad essere bambini…

Dalla stessa rubrica...
SandroSandro
Felidae

Regia di Michael Schaack Film del 1994 con Ulrich Tukur, Mario Adorf, Klaus Maria Brandauer Genere Animazione/Thriller   Si può dire che l’animazione sia nata

Leggi Tutto »
Salvatore Napoli
Il seme della follia

Regia di John Carpenter Film del 1994 con Sam Neill, Julie Carmen, Jürgen Prochnow, David Warner, John Glover, Bernie Casey, Charlton Heston Genere: Horror John

Leggi Tutto »
gpierno
Il cappotto

Film (1952) di Alberto Lattuada. Con Antonella Lualdi, Yvonne Sanson, Renato Rascel, Giulio Stival, Leda Gloria, Mimmo Poli. La tragica e accorata storia di Akakij

Leggi Tutto »

Lascia un commento

Aggiungi qui il testo dell’intestazione