Trama
Questo libro canterà sul vostro scaffale. È troppo soffocato d’amore per suscitare invidia, troppo umile per gli encomi, e tuttavia è così impressionante da non poter eludere lo stupore». Così Derek Walcott salutò In fondo al fiume – primo libro di Jamaica Kincaid –, che radunava i racconti poetici già accolti dai lettori del «New Yorker» come rari gioielli letterari: a scorci di una natura lussureggiante che suscita inquietudini profonde si alternano i ricordi di un’infanzia caribica fatta di scoperte minute e preziose, di dolenti rapporti familiari dominati da una madre che tutto dona e poi tutto nega – «Mi cinse con le braccia, stringendomi sempre più la testa al petto, finché non soffocai» –, e che verrà magistralmente celebrata nella torrida e furente Autobiografia di mia madre. Nulla è come sembra, in questo libro breve ma inesauribile: e quando i paesaggi si accendono di colori violenti è per meglio accogliere nell’ombra i sentimenti più riposti di una creatura ancora «primitiva e senza ali». La voce della giovane Kincaid («il mio nome mi riempie la bocca») è schietta, capricciosa e ingannevolmente semplice, e vi risuonano i ritmi laceranti di quella prosa visionaria e incantatoria che sarà soltanto sua.
RECENSIONE
“Questo libro canterà sul vostro scaffale”, scrisse il poeta Derek Walcott. E aveva ragione. Ma è un canto che non ti lascia in pace.
“In fondo al fiume” è la prima opera di Jamaica Kincaid, una raccolta di racconti autobiografici apparsi sul New Yorker. È un libro breve, che si può leggere in un pomeriggio, ma è ingannevole. Sembra semplice, ma non lo è. La sua scrittura è un territorio di confine, dove la prosa incontra la poesia e le parole diventano immagini.
Io l’ho scoperto dopo aver letto altro dell’autrice, e ricordo lo stupore di quelle prime pagine. Niente mi aveva preparato a questo. A questa luce che si mescola all’ombra, a questi simbolismi che affiorano come bolle in un’acqua profonda. Kincaid racconta la natura caraibica, lussureggiante e inquietante, e la intreccia ai rapporti familiari, fatti di amore e di ferite. Al centro di tutto c’è il rapporto con la madre. Una figura che tutto dona e tutto nega, che ti stringe al petto fino a soffocarti. L’arrivo di un patrigno e di due fratellastri complica ulteriormente questo legame, e sullo sfondo si staglia l’ombra dello sradicamento: il viaggio verso New York, l’esilio, il lavoro lontano da casa.
Il racconto “Mia madre“ è uno dei più belli. Ho sottolineato un passaggio che ancora oggi mi riporta al cuore del libro: “Non appena augurai la morte a mia madre e vidi il dolore che le procurava, fui dispiaciuta e piansi così tante lacrime che la terra tutto intorno a me ne fu intrisa. Fra me e mia madre c’erano adesso le lacrime che avevo pianto, e raccolsi delle pietre per costruire un argine in modo che quelle formassero un piccolo stagno. L’acqua dello stagno era densa e nera e velenosa, sicché potevano viverci solo turpi invertebrati, Io e mia madre ci guardavamo ora con cautela, sempre ben attente a ricoprire l’altra di gesti e parole d’amore e d’affetto.”
Questa è la forza di Kincaid: la capacità di dire tutto, l’amore e l’odio, la tenerezza e il rancore, senza mai alzare la voce. Con una prosa che sembra un incantesimo.
Leggere In fondo al fiume è come fare un tuffo in un’acqua che non ti aspetti: all’apparenza calma, ma capace di trascinarti in profondità. Quando il libro finisce, ti accorgi di essere stato in un altro mondo. E che quel mondo, in qualche modo, ti appartiene.

