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Alla ricerca del Libro Perduto

In fondo al fiume
L’amore e l’odio, la tenerezza e il rancore, senza mai alzare la voce
mbaldi
Penna Leggendaria
Manuela Baldi
Sono nata in provincia di Bolzano, parlo il Tedesco e l'Italiano da quando ho ricordi, sono e mi sento una donna di frontiera, non sono mai completamente a casa in nessun posto ma sto bene ovunque. Pur essendo nata in montagna, il mare mi piace molto e negli anni ho scoperto una certa affinità con gli/le isolane. Non mi piacciono le grandi città, non fanno per me. Ho una caratteristica particolare, leggo molto velocemente e mi ritengo molto fortunata ad avere questa capacità perché questo mi permette di leggere moltissimo. Leggo di tutto perché i libri sono parte integrante della mia vita e non potrei stare senza, ho una preferenza per i gialli/noir, sviluppata da giovanissima. Mi piacciono gli scandinavi e i sudamericani, ho iniziato con loro, poi ho seguito e seguo il noir mediterraneo. Negli anni ho letto i classici di genere, quelli che dal mio punto di vista bisogna leggere per conoscere il mondo del giallo. Quando posso leggo in lingua originale. Per compensare le lunghe ore passate a leggere, cammino molto e vado in bicicletta. Ogni tanto presento qualche libro, mi piace fare interviste. Per un paio di anni ho fatto parte della giuria di un premio letterario ma confesso che è stato pesante. Collaboro con Giallo e Cucina dal 2021, recensisco, intervisto e curo la rubrica "Detective's drink"; che partendo da una bevanda, mi permette di parlare di un personaggio seriale amante della bevanda che ho scelto. Inoltre condivido con Dario Brunetti la rubrica "Alla ricerca del libro perduto" nella quale, alternandoci, scriviamo di libri datati che hanno avuto una particolare importanza per noi, a volte sono libri molto conosciuti, altre volte meno.

Trama

Questo libro canterà sul vostro scaffale. È troppo soffocato d’amore per suscitare invidia, troppo umile per gli encomi, e tuttavia è così impressionante da non poter eludere lo stupore». Così Derek Walcott salutò In fondo al fiume – primo libro di Jamaica Kincaid –, che radunava i racconti poetici già accolti dai lettori del «New Yorker» come rari gioielli letterari: a scorci di una natura lussureggiante che suscita inquietudini profonde si alternano i ricordi di un’infanzia caribica fatta di scoperte minute e preziose, di dolenti rapporti familiari dominati da una madre che tutto dona e poi tutto nega – «Mi cinse con le braccia, stringendomi sempre più la testa al petto, finché non soffocai» –, e che verrà magistralmente celebrata nella torrida e furente Autobiografia di mia madre. Nulla è come sembra, in questo libro breve ma inesauribile: e quando i paesaggi si accendono di colori violenti è per meglio accogliere nell’ombra i sentimenti più riposti di una creatura ancora «primitiva e senza ali». La voce della giovane Kincaid («il mio nome mi riempie la bocca») è schietta, capricciosa e ingannevolmente semplice, e vi risuonano i ritmi laceranti di quella prosa visionaria e incantatoria che sarà soltanto sua.

RECENSIONE

“Questo libro canterà sul vostro scaffale”, scrisse il poeta Derek Walcott. E aveva ragione. Ma è un canto che non ti lascia in pace.

“In fondo al fiume” è la prima opera di Jamaica Kincaid, una raccolta di racconti autobiografici apparsi sul New Yorker. È un libro breve, che si può leggere in un pomeriggio, ma è ingannevole. Sembra semplice, ma non lo è. La sua scrittura è un territorio di confine, dove la prosa incontra la poesia e le parole diventano immagini.

Io l’ho scoperto dopo aver letto altro dell’autrice, e ricordo lo stupore di quelle prime pagine. Niente mi aveva preparato a questo. A questa luce che si mescola all’ombra, a questi simbolismi che affiorano come bolle in un’acqua profonda. Kincaid racconta la natura caraibica, lussureggiante e inquietante, e la intreccia ai rapporti familiari, fatti di amore e di ferite. Al centro di tutto c’è il rapporto con la madre. Una figura che tutto dona e tutto nega, che ti stringe al petto fino a soffocarti. L’arrivo di un patrigno e di due fratellastri complica ulteriormente questo legame, e sullo sfondo si staglia l’ombra dello sradicamento: il viaggio verso New York, l’esilio, il lavoro lontano da casa.

Il racconto “Mia madre è uno dei più belli. Ho sottolineato un passaggio che ancora oggi mi riporta al cuore del libro: “Non appena augurai la morte a mia madre e vidi il dolore che le procurava, fui dispiaciuta e piansi così tante lacrime che la terra tutto intorno a me ne fu intrisa. Fra me e mia madre c’erano adesso le lacrime che avevo pianto, e raccolsi delle pietre per costruire un argine in modo che quelle formassero un piccolo stagno. L’acqua dello stagno era densa e nera e velenosa, sicché potevano viverci solo turpi invertebrati, Io e mia madre ci guardavamo ora con cautela, sempre ben attente a ricoprire l’altra di gesti e parole d’amore e d’affetto.”

Questa è la forza di Kincaid: la capacità di dire tutto, l’amore e l’odio, la tenerezza e il rancore, senza mai alzare la voce. Con una prosa che sembra un incantesimo.

Leggere In fondo al fiume è come fare un tuffo in un’acqua che non ti aspetti: all’apparenza calma, ma capace di trascinarti in profondità. Quando il libro finisce, ti accorgi di essere stato in un altro mondo. E che quel mondo, in qualche modo, ti appartiene.

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