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Alla ricerca del Libro Perduto

Cos’è più la virtù
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mbaldi
Penna Leggendaria
Manuela Baldi
Sono nata in provincia di Bolzano, parlo il Tedesco e l'Italiano da quando ho ricordi, sono e mi sento una donna di frontiera, non sono mai completamente a casa in nessun posto ma sto bene ovunque. Pur essendo nata in montagna, il mare mi piace molto e negli anni ho scoperto una certa affinità con gli/le isolane. Non mi piacciono le grandi città, non fanno per me. Ho una caratteristica particolare, leggo molto velocemente e mi ritengo molto fortunata ad avere questa capacità perché questo mi permette di leggere moltissimo. Leggo di tutto perché i libri sono parte integrante della mia vita e non potrei stare senza, ho una preferenza per i gialli/noir, sviluppata da giovanissima. Mi piacciono gli scandinavi e i sudamericani, ho iniziato con loro, poi ho seguito e seguo il noir mediterraneo. Negli anni ho letto i classici di genere, quelli che dal mio punto di vista bisogna leggere per conoscere il mondo del giallo. Quando posso leggo in lingua originale. Per compensare le lunghe ore passate a leggere, cammino molto e vado in bicicletta. Ogni tanto presento qualche libro, mi piace fare interviste. Per un paio di anni ho fatto parte della giuria di un premio letterario ma confesso che è stato pesante. Collaboro con Giallo e Cucina dal 2021, recensisco, intervisto e curo la rubrica "Detective's drink"; che partendo da una bevanda, mi permette di parlare di un personaggio seriale amante della bevanda che ho scelto. Inoltre condivido con Dario Brunetti la rubrica "Alla ricerca del libro perduto" nella quale, alternandoci, scriviamo di libri datati che hanno avuto una particolare importanza per noi, a volte sono libri molto conosciuti, altre volte meno.

Fernanda Pivano, figura iconica della cultura italiana celebre per le sue traduzioni di autori americani e per i saggi acuti, ci sorprende in veste di romanziera con “Cos’è più la virtù”, pubblicato da Rusconi nel 1986. Un titolo perfetto per una rubrica che dà voce a opere poco conosciute o dimenticate, come questo romanzo che merita di essere riscoperto.

Strutturato in brevi capitoli, il libro dipana l’esistenza di una donna che, nonostante le continue profferte amorose di cui è oggetto, rimane fedele a se stessa e al vincolo matrimoniale. È proprio qui che nasce il paradosso centrale del romanzo. Siamo negli anni del riflusso, successivi alla grande ondata della liberazione sessuale: in un’epoca in cui le donne, specialmente nelle grandi città come Milano e Roma in cui la protagonista vive e lavora, potevano finalmente “osare” di più, la sua fedeltà non è più una virtù scontata, ma si trasforma in una scelta dirompente e quasi trasgressiva. Anche quando il marito, preda di una gelosia ossessiva che lo spingerà persino a far rimuovere la porta dello studio della moglie, deciderà di lasciarla, lei non tradirà la propria natura.

Questo è ancor più significativo considerando il mondo in cui è immersa: un ambiente intellettuale e bohémien, a stretto contatto con la letteratura statunitense che aveva fatto della ribellione e della ricerca di nuove libertà un suo mito fondante. La sua virtù, quindi, non è il frutto di un’ignoranza delle alternative, ma una scelta consapevole e solitaria in un contesto che l’ha ormai superata.
I corteggiatori che popolano la sua vita appartengono a mondi diversi e si rivelano di volta in volta teneri, insistenti
a volte le situazioni potrebbero essere persino pericolosi. Tutti, però, devono fare i conti con un “no” fermo e dignitoso. Qualcuno lo accetta con grazia, altri meno, ma sono pochi coloro con i quali la protagonista saprà mantenere un legame oltre il rifiuto.

Ad arricchire la narrazione, per me sono state le descrizioni dei viaggi che compie accanto al marito verso mete esotiche e affascinanti, vivendo esperienze fuori dall’ordinario. In contrapposizione, i suoi spostamenti da sola, legati per lo più a impegni professionali, appaiono più convenzionali.

I racconti di Fernanda Pivano sono lievi, eppure carichi di sentimenti profondi, autoironia e vita vissuta. L’educazione ricevuta grava come un’eredità pesante sulle scelte della protagonista, donna emancipata ma al tempo stesso figlia del suo tempo, divisa tra desideri personali e doveri interiorizzati.

Nell’epilogo, quasi facendo un bilancio della propria vita, la donna si confessa al fisioterapista durante un massaggio: “Non invidio le donne belle, perché sono stata bella anche io. Non invidio le donne ricche, perché sono stata ricca anche io. Non invidio le donne amate, perché sono stata amata anch’io, tanto, tantissimo. Ma sapesse quanto invidio le puttane“. Un’ammissione sconvolgente che, come giustamente intuite, non rimanda alle professioniste del sesso, ma a quelle donne libere da convenzioni che sanno prendere senza rimpianti, agendo invece di subire, rubando agli uomini non solo il sesso ma l’amore stesso. È l’invidia per una libertà interiore che lei, nonostante tutta la sua forza, non è mai riuscita a concedersi.

Una lettura che, attraverso il filtro dell’ironia, ci consegna il ritratto indimenticabile di una donna fuori dal coro, che, pur conscia di apparire anacronistica, non rinuncia all’onestà più intima: quella che si deve soltanto a se stessi.

Cos’è più la virtù – Fernanda Pivano – Rusconi ed. – 1 gennaio 1986 – 216 pagine – ISBN-10 ‏:‎ 8818060171- ISBN-13 : ‎ 978-8818060171

TRAMA

Scintillante, lieve come un’aria d’operetta e a un tempo profondamente vissuto, quasi una lunga confessione. È il romanzo di Fernanda Pivano, Cos’è più la virtù: La vicenda di una donna, i suoi viaggi, le sue esperienze: innamoratissima del marito, che si allontana da lei alla ricerca di un proprio “spazio”, riceve ogni sorta di profferte amorose. I suoi corteggiatori sono di volta in volta insinuanti o romantici, irruenti o mansueti, machomen o tenerissimi. Siano poeti o autisti, l’incontrano dovunque, sotto casa o in qualche viaggio, in India, come negli Stati Uniti. Ma la risposta, inequivocabilmente, è un <> a tutto tondo, magari con rimpianto, ma sempre no. Non è forse la vita questo non concedersi, il riannodare inesausto del filo esile che ci lega al tempo, struggente d’immagini e parole lasciate?

Cos’è più la virtù è dunque l’intreccio di molte storie quasi d’amore, che si dipanano in tempi e luoghi diversi, secondo intriganti labirinti narrativi, che ripercorrono – per illuminazioni, allusioni – il costume e la cultura dal dopoguerra a oggi. Fino ad approdare al clima, alle convenzioni che costituiscono un’apertura al futuro solo intravisto: l’avvento di una post liberazione sessuale che nel generale riflusso significa riscoperta di antichi valori che parevano sommersi e stanno riaffiorando, quali monogamia e fuga dalla promiscuità. Così che la fedeltà non richiesta e anzi disprezzata della protagonista diventa elemento di trasgressione autentica. Attraverso il filtro dell’autoironia si snoda il diario di una donna che, pur conscia di quanto possa apparire ridicola l’onestà istituzionalizzata, non vuole rinunciare all’altra onestà, quella più intima, che ciascuno propone soltanto a se stesso. <> dice la protagonista nelle ultime pagine <> E se le invidia è perché, prive di remore, sanno trionfare in ogni caso di incertezza morale, rubando agli uomini non il sesso soltanto, ma l’amore.

Romanzo d’ambienti, oltre che di personaggi, s’accende in pagine intessute da un dialogo crepitante, magico, che è letteralmente azione, in uno scandire narrativo che sarebbe piaciuto a Dorothy Parker. Con questo libro Fernanda Pivano, che fino ad ora aveva preferito raccontare con gli strumenti dell’informazione culturale, dell’opinione, della critica o della biografia, si rivela narratrice capace – con la parola scritta – di sedurre il lettore.

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