CHARLIE CHAN, ASTUZIA E PAZIENZA

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La fama dello scrittore americano Earl Derr Biggers (1884-1933) è legata alla creazione di Charlie Chan, il poliziotto hawaiano di origine cinese che dipana misteri affascinanti e complicati servendosi della pazienza e dell’astuzia. Doti innate di un popolo saggio e di millenaria tradizione ma che fino ad allora erano state messe al servizio di veri geni del male, come il terribile dottor Fu Manchu. Protagonista di soli sei romanzi gialli, scritti fra dalla metà degli anni ’20 del secolo scorso fino al decennio seguente, quando la prematura scomparsa dell’autore interruppe bruscamente la serie, l’ispettore di Honolulu conobbe una seconda vita cinematografica allorché i produttori hollywoodiani decisero di sfruttarne la popolarità letteraria sul grande schermo. Esauriti ben presto i soggetti delle opere di Biggers, gli sceneggiatori cominciarono a sfornare storie apocrife, non sempre (anzi, assai di rado) fedeli agli originali, e comunque accolte con grande favore dal pubblico.

“The black camel”, pubblicato per la prima volta nel 1931, è uno dei casi più difficili e dolorosi che Charlie Chan deve affrontare nella sua onorata carriera di investigatore. Shelah Fane, attrice di rara bellezza ma in crisi personale e artistica, giunge a Honolulu, dove verrà allestito il set del film che dovrebbe restituirle la fama. Ma il copione studiato dal destino è diverso: sullo sfondo di spiagge dalla sabbia chiarissima e di un oceano sconfinato, dove soffiano gli alisei e sui piroscafi i turisti attendono di sbarcare fra aloha e ghirlande di fiori, si muove un assassino rapido e intelligente, un avversario temibilissimo per l’imperturbabile detective dagli occhi a mandorla e il linguaggio forbito e dignitoso al tempo stesso. Già, perché il movente dell’omicidio sembra affondare le proprie radici in un altro delitto, quello commesso anni prima a Los Angeles, quando il famoso attore Denny Mayo era stato trovato morto nella propria abitazione. Un vecchio adagio orientale, citato da Chan, sostiene che “la morte è un cammello nero che si inginocchia, non invitato, davanti a ogni porta”, e mai come in questa inchiesta serviranno calma, acume e un’intelligenza dai tratti esotici, al servizio di una logica che non esclude fulminanti intuizioni per raccogliere quegli indizi apparentemente insignificanti che porteranno a inchiodare l’assassino. Gli stessi che potrebbe cogliere il lettore attento, come nella migliore tradizione del giallo classico, se avesse le doti di Charlie Chan!

La versione cinematografica venne realizzata nello stesso anno in cui fu pubblicato il romanzo, il 1931. In questa e in parecchie altre pellicole il detective di Honolulu è interpretato da Warner Oland, attore di origine… svedese, che tuttavia aveva decisamente il physique du rôle del pacioso e corpulento Charlie. Ma il personaggio che emerge prepotente dalle pagine del libro per rubare la scena al protagonista sullo schermo è l’indovino Tarneverro, magistralmente impersonato dal grande attore Bela Lugosi. Non c’è dubbio che quei fondali e quelle ricostruzioni artificiali delle Hawaii finiscano per smorzare l’affascinante impatto dell’ambiente descritto da Biggers, ma l’impianto della trama supporta efficacemente anche la trasposizione cinematografica.

“The black camel” è stato pubblicato nella collana “L’oscar del crimine” di Mondatori nel 1973 (con il titolo “Charlie Chan e il cammello nero”). La prefazione di Alberto Tedeschi e la traduzione di Lia Volpatti due nomi ben noti a tutti coloro che amano il giallo e a cui va la gratitudine per aver con tanta passione e competenza contribuito alla popolarità di questo genere letterario in Italia, rendono questo libro un piccolo capolavoro del mystery.

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