AMBROSIO, IL DETECTIVE DELLA MEMORIA

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Il destino letterario di uno scrittore di gialli e del suo personaggio si compiono nello stesso giorno, per essere precisi una sera dell’Epifania, umida e nebbiosa come può essere solo nell’inverno milanese.

Era qualche tempo che Renato Olivieri, apprezzato giornalista e già direttore di periodici a grande diffusione, girava con un foglietto in tasca. Aveva scarabocchiato una frase: “In effetti c’era qualcosa di strano nella morte della signora Kodra”. La sera del 6 gennaio 1976 Olivieri sedette davanti alla macchina da scrivere e compilò il certificato di nascita di colui che sarebbe diventato uno dei personaggi più popolari della narrativa italiana di genere: Giulio Ambrosio, all’esordio vice-commissario e in seguito promosso dirigente della Squadra Mobile milanese.

Quando Ambrosio comincia indagare è sulla soglia della cinquantina, e non è felice, anzi ha una latente tendenza a una comprensibilissima malinconia che potrebbe addirittura divenire una subdola depressione. Confinato a occuparsi di borseggi e rinnovi di passaporti nella questura centrale, lo attende alla sera un monolocale in via Solferino, trendy finché si vuole ma desolatamente vuoto. Francesca, la moglie, lo ha lasciato da anni e si è trasferita a Roma, dove ha un nuovo compagno, un musicista dell’Accademia di Santa Cecilia. Questo dettaglio spiega forse lo scarso interesse di Ambrosio per la musica (mentre al contrario è un raffinato intenditore di arti figurative, soprattutto contemporanee, e di letteratura) e la sua malcelata diffidenza per le ambigue atmosfere della capitale, in confronto alle familiari brume milanesi.

Bando alle tristezze, il destino di cui parlavamo all’inizio è a una svolta. Una signora di mezza età giace sul selciato umido di pioggia, proprio accanto al marciapiede. Sembra un incidente stradale, e quando la donna cesserà di vivere al Policlinico gli accertamenti dovrebbero essere quelli di routine che difficilmente condurranno ad accertare l’identità di chi guidava l’auto pirata. Sembra, ma non è. Spinto dal senso del dovere, ma anche dal piacere di frequentare per lavoro quartieri di Milano legati alla propria adolescenza, Ambrosio prende sul serio l’indagine, che si rivelerà complicata e perfino rischiosa, tanto da coinvolgerlo anche in una sparatoria. Assicurati alla giustizia gli autori di un omicidio, anzi due, il vice-commissario si guadagnerà la stima del capo della Mobile, Massagrande, con la prospettiva di diventarne presto un elemento di spicco, e troverà anche il tempo di innamorarsi di Emanuela, un’infermiera conosciuta durante l’inchiesta. Bel colpo, Ambrosio, risolvendo Il caso Kodra ha vinto tedio professionale e solitudine personale in un colpo solo, grazie alla tenacia e alla costanza.

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Sarà proprio Emanuela, una bella ragazza dai capelli biondi spesso raccolti in una coda di cavallo e le lentiggini sul viso, a coinvolgerlo, qualche mese dopo, nell’indagine su una morte che sembra dovuta a cause naturali (Maledetto Ferragosto). Nella surreale calura del ferragosto milanese, Ambrosio scopre chi ha provocato l’embolia fatale al titolare di un’agenzia giornalistica e soprattutto come ha fatto. Un’inchiesta rapida e incalzante, che smaschera il vero volto di una borghesia amorale, cinica e corrotta. Un’indagine serrata e inesorabile al termine della quale il vero ispiratore del delitto verrà raggiunto dalla vendetta prima che dalla giustizia.

A questo punto il personaggio creato da Olivieri ha raggiunto una fisionomia definitiva e comincia a muoversi quasi di vita propria. Fisicamente è molto simile, perlomeno così sostengono alcuni, all’attore italo-francese Lino Ventura, e il suo autore condivide questa opinione. Scopriamo poi che i suoi interessi culturali e la possibilità di coltivarli dipendono dalla famiglia in cui è cresciuto: il padre, scomparso prima dell’inizio della saga, era un alto magistrato, presidente di corte d’appello, la madre vive ancora nell’appartamento di piazza Giovine Italia in cui è cresciuto Giulio, e dove gli Ambrosio si sono trasferiti da Torino. Proprio come lo stesso Olivieri, natio della provincia veronese, che dopo aver vissuto nella città piemontese giunse adolescente a Milano, che considerò in seguito la sua città d’adozione. E dove si spense nel 2013.

A questo punto ci possiamo chiedere quanto ci sia dell’autore nel personaggio. Tanto, ma non tutto, come spesso capita agli scrittori, dunque anche ai giallisti. Olivieri è un raffinato esperto d’arte, e pittore in gioventù, così Ambrosio si muove ancora più a suo agio se le indagini lo portano a visitare una galleria d’arte (come nell’inchiesta sulla morte della giovane e bella pittrice Norma in Villa Liberty), fra litografie e olî su tela. Olivieri non ha un interesse particolare per la musica e neanche Ambrosio, specie dopo che l’ex-moglie Francesca si è nuovamente accasata con un musicista. Un dolore lenito a fatica dal tempo, più in fretta dopo aver conosciuto Emanuela. Apprenderemo in seguito che la donna non disdegnerebbe di diventare a sua volta la signora Ambrosio, magari madre subito dopo di un cucciolo di commissario, ma lui, Giulio, nicchia e non certo perché dubiti dei propri sentimenti. Non a torto percepisce come potenziale pericolo la differenza d’età con Emanuela e crede che la paternità non vada assaporata dopo la mezza età. Mediocre viaggiatore, a meno di una breve parentesi nei primi anni del proprio matrimonio, Ambrosio non riesce nemmeno a ritagliarsi un sia pur minimo week-end da trascorrere con la sua giovane compagna, che a un certo punto si deciderà a raggiungere amiche e conoscenti al mare o in montagna, a seconda della stagione, lasciando il commissario ad arrovellarsi sull’ennesimo delitto. Solo in un caso Olivieri lascia espatriare il suo personaggio, ma solo per un’incursione, peraltro giustificata dalle circostanze, fino a Vienna, dove troverà la prova decisiva per risolvere un intrigo particolarmente complicato (Hotel Mozart).

Ma le vicende personali del vice-commissario, ormai in procinto di essere promosso, per colmo d’ironia dopo la più frustrante delle sue inchieste (quella de L’indagine interrotta), devono rimanere sullo sfondo, come una Milano dipinta a rapidi tratti di china, dal Giambellino a San Babila, consumando frettolosamente al bar tramezzini al salmone o al prosciutto, accompagnati da un calice di Tocai o da una Guinness, tanto quella sera potrà, finalmente rilassato, cenare con Emanuela in qualche trattoria dei Navigli, di quelle con la tovaglia a quadri e il vino dell’Oltrepò, dorato come i capelli della sua donna o scuro come il sangue della vittima di un omicidio.

Le storie che narra Olivieri seguono un filo rosso, quello della memoria, attraverso la mediazione del commissario Ambrosio, e hanno la rassicurante tendenza a stabilire una connessione fra di loro. Così se il movente che arma la mano dell’assassino in Dunque morranno è una vendetta covata per anni, anzi decenni, che affonda le proprie radici nei sanguinosi e tumultuosi giorni della liberazione di Milano, dopo il 25 aprile, simile è la spinta emotiva venata di una certa nostalgia per una giovinezza inevitabilmente segnata dalla guerra che spinge un motociclista, reso anonimo da casco e tuta di pelle nera, a sfrecciare per le vie di una Milano spettrale e metafisica per eliminare criminali e teppisti e fare Piazza pulita.

Nel frattempo gli anni passano, Aurelio Massagrande non è più il capo della Mobile (e nessuno lo sostituirà, nel senso che per Ambrosio diventa un’istituzione senza volto e nome, il capo e basta, mentre il vecchio mentore e superiore aveva svolto una larvata supplenza della figura paterna), il collaboratore principale del commissario è rimasto il fedele ispettore De Luca, che in seguito verrà affiancato da altri più giovani colleghi. Solo i delitti restano abbastanza simili fra loro, come l’omicidio, stranamente casuale, di un dongiovanni di mezza età (La fine di Casanova), che era riuscito con una meticolosa organizzazione a dosare le proprie relazioni con un poker di amanti. Un recordman del sesso che muore trafitto dallo spillone di una siringa ipodermica, come una fatua farfalla appesa al muro. Un groviglio di sentimenti e pulsioni apparentemente irrazionali che il commissario scioglierà con pazienza, componendo la personalità della vittima come un puzzle, una tessera dopo l’altra al posto giusto.

Ambrosio è anche il protagonista di ben 99 racconti (pubblicati in tre raccolte: Le inchieste del commissario Ambrosio, Ambrosio indaga, Ambrosio ricorda), nei quali l’autore raggiunge forse il massimo della propria abilità narrativa. Aggirandosi per una metropoli dipinta con pochi tratti, scarni ma efficaci (da autentico pittore dell’essenzialità) o seduto alla sua scrivania alla questura centrale, il commissario vede sfilare davanti ai suoi occhi talvolta distratti, tesi a inseguire un ricordo o una sensazione evocata da qualcosa di banale, un’umanità dolente e mediocre, incapace di celare le proprie debolezze e le proprie colpe. Ancora una volta è nel corso di interrogatori stringenti, ma avvolti nel bozzolo rassicurante e infido (per l’assassino) della piacevole chiacchierata fra persone che non si conoscono ma condividono comunque un’esperienza di vita vissuta, che il commissario Ambrosio riesce, con magistrali intuizioni, a scoprire la verità.

Come nel caso di Largo Richini, forse la più bella avventura del commissario, coinvolto da un vecchio amico di famiglia in un’impresa quasi impossibile, scoprire la vera causa della morte di una giovane donna, frettolosamente attribuita a un malore. Quasi (perché la vittima è stata cremata e nessuna esumazione postuma è possibile) ma non completamente impossibile, almeno per un investigatore come Ambrosio, stavolta costretto ad agire senza la copertura dell’ufficialità, si può dire con maggiore discrezione del solito. Sornione e arguto, restio a lasciarsi contagiare dall’intransigenza, cui preferisce l’indifferenza, ma solo a parole, perché nei fatti la sua partecipazione emotiva al dolore è sotto traccia ma concreta, il commissario scaverà così bene nel passato che, sia pure senza trovare prove da codice penale, piloterà i comportamenti dei personaggi fino a una conclusione inaspettata, ma inevitabile.

Intuizioni, sensazioni, ricordi, che con il tempo si diluiscono per diventare impalpabili e inconsistenti come la nebbia che già vela il profilo del Duomo, che finiscono dunque per diventare i potenti incentivi alle folgoranti intuizioni investigative che spingono il detective verso soluzioni del tutto imprevedibili. Nella mente di Ambrosio la città non è solo quella reale ma anche quella che prende forma nella memoria, popolata da persone ormai in buona parte scomparse o così invecchiate da essere ormai diverse o addirittura irriconoscibili. Nelle sue indagini il commissario ricostruisce pezzo per pezzo la personalità della vittima attraverso una serie di minuziosi interrogatori con i personaggi socialmente e caratterialmente più disparati, con ognuno dei quali riesce comunque a stabilire un contatto umano, ora di inattesa complicità ora necessariamente ruvido. E l’immagine che si compone nel puzzle è spesso contraddittoria, perché diversi erano i rapporti dei testimoni con la vittima.

Negli ultimi romanzi i rapporti personali del protagonista si evolvono in maniera imprevedibile, quasi fosse una sfida dell’autore all’indole tendenzialmente abitudinaria del proprio personaggio, tanto che la figura di Emanuela tende a sbiadire nei contorni, diventando una presenza discreta per una cena a lume di candela nel corso della quale il poliziotto continua a rimuginare le sue comprensibili apprensioni per un’indagine particolarmente impegnativa, fino a sfumare in un pensiero moderatamente nostalgico nei momenti che precedono l’abbandono al sonno. Forse, per contrappeso, i collaboratori di Ambrosio crescono, riducendo il ruolo del fedele ispettore De Luca a comparsa di un cast che ormai annovera una primadonna. Dalla Sicilia arriva l’ispettrice Nadia Schirò, giovane e determinata poliziotta che entra subito nelle grazie del suo superiore, non immune da un moderato paternalismo nei confronti dei più giovani collaboratori. Una donna volitiva ed efficiente (tanto che alla sua prima apparizione salva addirittura la vita del protagonista in una sparatoria nei pressi della Stazione Centrale, nel romanzo Piazza pulita) che con un po’ d’innocente malizia si può immaginare abile a coltivare la simpatia di Ambrosio per ritagliarsi un futuro importante nella Squadra Mobile della metropoli.

Renato Olivieri è sicuramente un cultore del giallo classico, ma ha precisi riferimenti nel pantheon di autori di cui ormai merita certamente di far parte. Attraverso un pacato e comunque appassionato dialogo fra Emanuela e Ambrosio, apprendiamo che il commissario (e dunque il suo autore) non ama l’intreccio alla Agatha Christie, cui rimprovera un eccesso di manierismo ante litteram (un altro riferimento pittorico) con personaggi e trame da copione teatrale privi di effettivo realismo, piuttosto Chandler e Hammett, anche se il suo preferito resta Simenon, da cui mutua a volte certe atmosfere parigine nelle ambientazioni meneghine e soprattutto nel lasciar condividere ad Ambrosio, novello Maigret, le miserie e le contraddizioni di vittime e colpevoli, senza per questo assolvere o condannare nessuno. Ecco perché se in alcune opere l’investigatore risolve un plot all’insegna del miglior whodunit, in diverse altre l’inchiesta segue le più convenzionali modalità poliziesche, giungendo alla verità come logica conclusione di un paziente lavoro d’indagine, un tassello dopo l’altro come in ogni puzzle che si rispetti.

In un romanzo particolarmente toccante (Madame Strauss) i riferimenti alla cronaca nera sembrano farsi più precisi. L’assassinio di un’anziana, ma ancora piacente, insegnante di pianoforte, capace di coagulare passioni e affetti fra parenti, amici e allievi, sembra replicare le modalità di un omicidio, purtroppo irrisolto, magistralmente raccontato da Carlo Lucarelli in una puntata di Blu Notte (il caso de La bottiglia di rosolio). Inutile dire che la penna o la tastiera di uno scrittore permettono di piegare la realtà secondo la propria convenienza, che è quella di appagare il lettore, e il commissario Ambrosio finirà per arrestare l’assassino, ancora più dolente e insospettabile dei predecessori assicurati alla giustizia nelle altre inchieste.

La lunga saga di Giulio Ambrosio, nato vice-commissario di polizia in una serata umida e fredda di una lontana Epifania, si conclude con un’altra indagine ferragostana (Il dio danaro). Il cadavere di un facoltoso e accorto esperto d’alta finanza giace riverso nel cortile del palazzo patrizio in cui abitava. Il suicidio di un uomo duramente provato dalle morti di una moglie giovane e adorata e di un figlio debole e deludente, una disgrazia o un omicidio? Il terzo, non ci sono dubbi, se no come si spiegherebbe la finestra chiusa alle spalle della vittima che precipitava verso il selciato? In una Milano a tratti afosa e a tratti lavata da quei temporali che alla fine di agosto promettono l’autunno, per chi patisce la calura (come appunto Ambrosio), il commissario dovrà muoversi con particolare cautela fra coloro che calcano come un palcoscenico i felpati salotti della ricca borghesia imprenditoriale. Ricca e potente, ma non immune dai vizi e dalle segrete miserie che affliggono chi appartiene a meno fortunate classi sociali. Talvolta svagato, perso dietro una tela d’autore o una scultura surreale, felice di rilassarsi qualche minuto sorseggiando un Martini Dry, rigorosamente accompagnato da una fettina di limone, ma in realtà lucidamente attento a captare il dettaglio risolutore in una mezza ammissione o in una reazione imprevedibile ai suoi occhi di esperto psicologo, Ambrosio farà scattare le manette ai polsi di chi qualche giorno prima ha scaraventato il minuto e prudente Andrea Olcese dalla finestra di casa sua.

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Allora arrivederci, caro Ambrosio, ci piace immaginarti ancora alle prese con un omicidio da risolvere, immancabilmente all’ultima pagina, come in ogni giallo che si rispetti. Ci manchi, come investigatore e come affidabile e piacevole compagno di buone letture. Perché, come scrive lo stesso Olivieri, il miglior complimento che gli hanno fatto è dirgli che “Ambrosio è uno di quei personaggi che s’inviterebbero volentieri a casa per una sera”.

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