Recensione a cura di Dario Brunetti
Antonio Gerardo D’errico è uno dei più prolifici autori del panorama letterario italiano. Poeta, sceneggiatore, narratore capace nel corso degli anni di dare voci agli emarginati di una società sempre più alla deriva come nel suo penultimo lavoro Viaggio infinito edito Homo Scrivens. Lo ritroviamo con un saggio dal titolo Un giudice uscito con Pan di Lettere edizioni. Questo volume è vincitore del Premio Speciale Cesare Pavese e Piersanti Mattarella onlus memoria del cuore e si avvale della prefazione del politico dei radicali Matteo Hallisey e della postfazione dell’ex membro del Consiglio Generale del partito Radicale Rita Bernardini.
Narra storie di Malagiustizia che ha colpito onesti cittadini che hanno subito un’azione persecutoria da parte di un procuratore accusato di corruzione. Da imprenditori a uomini delle forze dell’ordine, da un sindaco a un volontario delle sanità pubblica, tutti travolti dalla macchina giudiziaria che si è rivelata infernale condotta da una persona inadeguata e non all’altezza del loro ruolo che riveste.
Questi errori giudiziari alla lunga hanno avuto un impatto devastante non indifferente con conseguenze umane ed economiche andando inoltre ad inficiare sul loro senso di libertà e svilendo la loro reputazione.
In Italia uno dei casi più eclatanti è toccato al grande giornalista Enzo Tortora (come ci sottolinea nella postfazione Rita Bernardini), un errore giudiziario che peserà come un macigno sulla sua carriera.
Il giudice prese in considerazione le false accuse del pregiudicato Giovanni Pandico nei confronti del giornalista della celebre trasmissione Portobello di fare parte della Nuova Camorra Organizzata. Tortora subirà un vero e proprio atto persecutorio che avrà termine dopo tre lunghi e interminabili anni con l’assoluzione.
La stessa identica sorte toccata a questi sette protagonisti raccontati da D’Errico che hanno ricevuto dopo anni di tribolazione mediante processi, la loro definitiva assoluzione.
Il giudice di D’Errico assomiglia come lui stesso richiama nel sottotitolo del testo al protagonista della famosa canzone di De André a sua volta tratta dalla storia di Selah Lively, un uomo deriso perché era un nano e per sua frustrazione condanna le persone ingiustamente.
Tengo a precisare che l’ottimo D’Errico non vuole puntare il dito sulla macchina della giustizia che regolamenta i rapporti sociali del nostro paese e al quale siamo invitati a credere nei principi e nei valori fondamentali, ma solo denunciare casi dove il potere della stessa è stato esercitato colpendo persone che si sono rivelate innocenti.
La statura dell’uomo non diventa solo dovuta ai centimetri ma a quella morale che lo trasforma in una persona bieca che dovrà come sottolinea De André, inginocchiarsi a sua volta a Dio per l’inevitabile resa dei conti. Sarà lui a giudicarlo e l’uomo capirà quanto è imponente la sua statura.
Per rendere omaggio a questo prezioso saggio dell’autore, vi lascio con il brano Un giudice di Fabrizio De André tratto dall’album del 1971 Non al denaro non all’amore né al cielo.

