Traduzione di Ilaria Dagnini Brey
Recensione a cura di Miriam Donati
«A volte penso che ci fosse qualcosa nell’amare mia figlia che scatenava la furia in quella parte di me che non era stata amata a sua volta».
Quando Ruth, insegnante londinese, scopre che sua figlia Eleanor è incinta, le due stanno condividendo una modesta cena di Natale su una panchina del parco. Eleanor è alle prese da anni con una debilitante dipendenza, vivendo a intermittenza per strada con il padre della futura bambina, Ben, ma Ruth supera la resistenza di Eleanor e le offre il suo aiuto. Ruth spera che la gravidanza di Eleanor rappresenti una svolta, ma ben presto diventa chiaro che Eleanor non ha intenzione di crescere sua figlia e quando Lily nasce, Ruth veglia sulla neonata durante la crisi di astinenza in ospedale, si occupa del battesimo mentre Eleanor e Ben continuano ad allontanarsi, e passa regolarmente dal loro appartamento per assicurarsi che mangino.
Quando Ruth trova una persona priva di sensi nell’appartamento di Eleanor – apparentemente per overdose – fugge con Lily, prevedendo una battaglia per l’affidamento che non arriverà mai. Ora occorre garantire la sicurezza di sua nipote.
Quando si tratta di Eleanor – una bambina gentile e intelligente fino all’adolescenza – Boyt riesce a condensare anni di drammi in un solo sguardo, catturando la vulnerabilità e il disprezzo caustico di Eleanor, e il cauto desiderio materno di Ruth. Eleanor attraversa il romanzo come un fantasma, comparendo di tanto in tanto, a volte scomparendo per mesi. Non è mai completamente presente, mai impegnata, facendo promesse mai mantenute.
La relazione madre-figlia, ormai in frantumi, è controbilanciata dal legame che unisce Ruth e Lily. Dopo averla salvata, o meglio, rapita, Ruth cresce Lily da sola con il suo stipendio da insegnante part-time, affidandosi alla creatività per sopperire alle difficoltà economiche. Gli anni passano velocemente, mentre Lily cresce e diventa una bambina gentile, volitiva e precoce, “una che sa che la vita è una cosa seria, forse con qualche anno di anticipo“, come la descrive un’amica di Ruth.
Il ritmo narrativo rispecchia la pragmatica serietà di Ruth: la sua immensa vergogna non le lascia spazio per abbandonarsi al dolore, e la sua arguzia autoironica resiste a qualsiasi sentimentalismo sdolcinato.
Ruth è cresciuta senza fratelli ed è rimasta incinta a causa di una relazione amorosa con un uomo che aveva molte aspettative nei suoi confronti. E, proprio come il padre di Ruth aveva abbandonato la sua famiglia, il padre della figlia di Ruth abbandona lei, quasi subito, e lei si ritrova a crescere la propria figlia senza genitori, fratelli o un compagno.
L’amore di Ruth per Eleanor non sembra trasferirsi da Eleanor a Lily, anche se all’inizio sembra volerla amare e prendersi cura di lei, poi la sua dipendenza glielo impedisce. Ruth e Lily vanno avanti alla meglio, entrambe con la sensazione di avere un pezzo mancante. L’assenza di Eleanor è una presenza costante sia per Ruth sia per Lily, così come il timore che un giorno verrà loro comunicata la sua morte. Il legame più forte di Eleanor è con la sua tossicodipendenza, ed è impossibile prevedere quando rientrerà nelle loro vite, anche se la porta rimane sempre aperta.
Attraverso un’intima narrazione in prima persona, Ruth cerca di conciliare il dolore per la perdita della figlia con la speranza di una seconda possibilità. Il suo rapporto con Lily le dona una gioia cauta. Ruth non riesce a guardare la bambina senza rivedere la scia di dolore materno che ha avuto origine con sua madre, la quale aveva bevuto disinfettante dopo che il padre di Ruth se ne era andato.
Nel frattempo, Lily diventa una ragazza adorabile, e Ruth ha il sostegno delle sue amiche, un delizioso gruppo che porta leggerezza. Ruth, con la sua combinazione di intuizione e negazione, gentilezza e occasionale pungente ironia, è equilibrata come l’intera storia, e affronta contemporaneamente la più grande perdita e la più profonda realizzazione che la vita possa offrire.
Sebbene Lily non sia immune al trauma – cosa che risulta evidente quando la sua prospettiva cambia bruscamente nell’ultima parte del libro – è sostenuta dalla forza della devozione di Ruth. “C’era l’idea che avere Lily mi compensasse in vari modi per la perdita di Eleanor… Ma se Lily avesse pensato che fosse suo compito rimettermi in sesto, avrei fallito doppiamente.”
La storia delle relazioni di Ruth con Eleanor, con Lily, con la sua defunta madre e con le sue amiche, delinea il ritratto di una donna che si sente “un fallimento”, che si sente “incompresa come madre”, ma che non crolla mai né si arrende, per quanto sola e impotente si senta. Resta dignitosa e gentile, anche se lei stessa non ne è consapevole e si sforza con tutte le sue forze di essere una brava madre e nonna, reprimendo i suoi sentimenti per non allontanare la figlia, a prescindere da ciò che quest’ultima pensi del suo stile di vita. Nonostante tutti i suoi sforzi, non è riuscita a proteggerla, ma come madre non smette mai di amarla e, soprattutto, non si arrende mai con lei.
La storia di Ruth è un’esplorazione dell’umanità, cruda, onesta e profondamente toccante. Sebbene si giudichi severamente, non è mai giudicante – e non lo sono né l’autrice, né il lettore, al quale non viene chiesto di esprimere giudizi, ma semplicemente di accettare la forza straziante dell’amore materno.
Si prova pertanto una profonda empatia per tutti i personaggi, inclusa Eleanor, sebbene la storia eviti di concentrarsi sul suo punto di vista. Piuttosto, i suoi sentimenti riguardo alla perdita di Lily a causa di Ruth (e nei confronti di sua madre stessa) vengono rappresentati attraverso le sue azioni, mentre entra ed esce dalla narrazione.
Essere genitori può essere difficile. Ma può essere ancora più difficile per un genitore single. Può essere ancora più difficile con un adolescente. Può essere ancora più difficile quando l’adolescente si rifugia nella droga.
Sono le amiche di Ruth, tutte donne, a starle vicino, offrendole relazioni complesse e reciproche, sia per gli aspetti pratici della cura dei figli e del mutuo aiuto, sia per le risate e il sostegno emotivo.
La prosa è controllata, attenta, a volte poetica, elaborata, ma lo è anche Ruth come persona. Un tratto distintivo del libro è che rende persone, luoghi e situazioni vividamente reali nella mente del lettore. Boyt riesce a trasmettere arguzia e tragedia nella giusta misura. Punto di forza sta nel radicare la situazione in una prosa accessibile e delicatamente umoristica, in cui Ruth è autoironica, condivide osservazioni private sulla vita in società e lascia trasparire pensieri casuali che vagano in mille direzioni ma che tendono a essere azzeccati, spesso strappando un sorriso compassionevole. La principale fonte di comicità è Jean Reynolds, la collega di Ruth, la cui sfrontatezza e lealtà rendono irresistibile.
Il libro è tanto delicatamente divertente quanto triste e racconta con parole intelligenti e gentili di impegno, emancipazione e resilienza, forse più che della dipendenza stessa.
I personaggi maschili sono ombre.
Ho scoperto solo a lettura finita che Susie Boyt è la figlia dell’artista Lucien Freud e pronipote di Sigmund Freud.

