Tanta ancora vita
Il piccolo Kostya affronta un viaggio di speranza attraverso l’Europa per sfuggire alle bombe e raggiungere la nonna che vive in Italia, ignara del suo arrivo. Alle spalle lascia una madre morta, ricordata solo attraverso una fotografia sbiadita, e un padre inaffidabile che, scegliendo di arruolarsi, lo abbandona al proprio destino. Davanti a sé trova un Paese straniero, una donna segnata da una depressione che la tiene lontana dal mondo, e una nonna troppo oberata dal lavoro per potersi davvero occupare di lui. Alternando i punti di vista dei tre protagonisti, il romanzo segue i loro cammini tortuosi, che pur nella distanza convergono in un punto comune: la paura di affrontare la propria perdita. Un bambino costretto a crescere troppo in fretta, una madre che ha perso un figlio troppo presto e una nonna che ha dovuto emigrare sacrificando la propria identità sociale finiscono per disegnare insieme un sentiero di fuga dalla guerra, bellica e interiore, di cui tutti, in modi diversi, sono vittime.
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Tanta ancora vita prosegue il progetto narrativo di Viola Ardone nel territorio dell’infanzia e della fragilità umana. È un racconto sospeso, come la vita stessa, tra un inizio e un transito: senza una conclusione definitiva, perché la materia che affronta, perdita, resilienza, ricerca di un senso, resta necessariamente una questione aperta. In questo si fa metafora dell’esistenza stessa, esercizio di fragile equilibrio tra razionalità e trascendenza, in bilico tra conflitti e lutti individuali e la capacità, tutta umana, di convertire il dolore privato in un fronte collettivo di resistenza quotidiana.

La trama unisce sofferenza, ironia e speranza, miscelando un impasto che matura lentamente, come una lievitazione naturale. Ogni personaggio porta una ferita tanto unica quanto universale: la madre che insieme al figlio ha perso anche il nome che la definiva; la straniera colta e invisibile; il bambino che conserva la foto della madre morta e teme di essere dimenticato dal padre vivo.

La coralità a tre voci, orchestrata dal narratore onnisciente, consente di osservare il dolore da prospettive diverse: quella di chi lo subisce, di chi lo provoca e di chi tenta di arginarlo. Il destino dei protagonisti si lega alla casualità di un incontro fortuito, una combinazione di circostanze imprevedibili che trasforma il vuoto in futuro e il lutto in nuovo respiro vitale, rimettendo insieme le traiettorie spezzate di vite alla deriva.

Alcune scelte stilistiche, quali le riflessioni caricaturali del bambino che aggettiva tutto, l’iperbole linguistica della cameriera che declama Dante a memoria, l’indifferenza disillusa della madre in lutto che si rifugia in occasionali incontri erotici di poca soddisfazione, suonano a tratti eccessive, ma non incrinano la tenuta complessiva del racconto, che rimane credibile. Irrinunciabile il cameo di Fausto Meraviglia, personaggio lascivo e sorprendentemente empatico, destinato a svanire così come appare.

Dopo i viaggi della speranza sul Treno dei bambini, il rifiuto delle convenzioni sociali di Oliva Denaro, la riflessione sul mondo psichiatrico nel dopo Basaglia di Grande Meraviglia, con Tanta ancora vita Viola Ardone affronta un’altra forma di lacerazione: quella imposta dalla guerra, nelle sue molteplici manifestazioni.  E il lungo cammino dei tre libri precedenti, attraverso tutta la seconda metà del novecento, approda ad un presente che sembra tornare all’origine, alla guerra. Che scompagina le famiglie, spezza i destini e devia i percorsi per poi continuare, nonostante altra morte e altra perdita, verso la vita. Tanta, ancora.

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