Umberto Brindani, direttore del settimanale Gente, è al suo secondo romanzo giallo. Il precedente, “Suicidio imperfetto”, pubblicato da Curcio Editore, risale all’anno scorso. Come quest’ultimo, “Senza lasciare traccia” utilizza, e dimostra di padroneggiarlo bene, lo schema classico del “giallo d’azione” (evito di usare l’espressione anglosassone “hard-boiled”, ovvero “ben cotto” perché la storia che Brindani propone è quanto di più lontano dalla durezza e dal cinismo sottesi alla definizione) in cui l’io narrante è un investigatore privato. In “Senza lasciare traccia”, in realtà, un vero investigatore non c’è, perché il ruolo viene assolto da un giornalista – chiaro alter ego dell’autore – ma, alla fine, la situazione è quella: c’è qualcuno che, privatamente, ovvero al di fuori del canale ufficiale delle forze dell’ordine, cerca di far luce su un fatto criminale. Pierfrancesco Balzani, il protagonista del romanzo, diventa detective spintovi da due circostanze anomale: in primis l’amore: è sparita nel nulla, appunto “senza lasciare traccia”, la sua fidanzata (ammesso che tale appellativo si attagli ad una matura magistrato che ha una relazione senza convivenza con un reporter ancor più maturo di lei); secondariamente il fatto che gli inquirenti pubblici non intendono occuparsi di quella che più che una misteriosa scomparsa considerano un allontanamento volontario, magari definitivo, con sollievo generale poiché trattasi di personaggio scomodo.
La figura di questo “investigatore per caso” domina piacevolmente la narrazione in quanto si rivolge al lettore con l’estro brillante, e la capacità di cogliere il succo delle cose, che gli viene dal talento per il mestiere di cronista. Un tempo egli è stato un giornalista di grido, adesso deve affrontare una malinconica decadenza dovuta alla digitalizzazione e alla crisi commerciale della stampa ( e la IA è dietro l’angolo). L’indagine che lo coinvolge è l’occasione per attraversare tutta una serie di avventurose vicende, che lo portano addirittura a incrociare la strada con i servizi segreti (ma c’è molto altro che taciamo per non spoilerare) restituendocele con esposizione briosa, piena di digressioni e divagazioni sapide che finiscono per comporre un affresco di costume sull’ambiente milanese dei nostri tempi, anche al di là dei settori di primo riferimento, la magistratura e la stampa. Godibile anche la rappresentazione della variegata ed estemporanea “compagnia dell’anello” che affianca il protagonista nella sua indagine.
Questa, alla fine, riserverà sorprese oltre a venarsi, comme il faut perché ci troviamo nel territorio del poliziesco, di una nota amara.


