Traduzione di Susanna Basso
Recensione a cura di Miriam Donati
“Che musica, che arte di cattivo gusto, che innovazioni rivoluzionarie, che senso dell’umorismo: affrontare voli di duemila miglia per una settimana di vacanza; costruire edifici che sfioravano la base delle nuvole; spianare antiche foreste per ricavarne carta con cui pulirsi il sedere. Ma anche, sequenziare il genoma umano, inventare internet, dare avvio alla IA e piazzare un meraviglioso telescopio dorato a un milione di miglia nello spazio. Dopodiché, naturalmente, quasi inutile tornarci sopra, ci si era limitati a osservare sbalorditi lo scorrere dei decenni e il precipitoso crescendo del Grande Disastro, il proliferare degli armamenti senza che si facesse molto al riguardo, pur sapendo che cosa stava per succedere e di che cosa ci sarebbe stato bisogno. Quanta libertà, quanta incuria, quanta spaventosa indifferenza. Quella era stata gente di impareggiabile cupidigia, di inimmaginabile litigiosità, pronta a morire per idee buone e cattive allo stesso modo. Mentre la scienza espandeva il proprio dominio, proliferavano le credenze religiose e le teorie complottiste. C’erano stati esseri grandi e coraggiosi, studiosi, scienziati, musicisti, attori e atleti eccezionali, ma anche idioti che avevano mandato tutto in malora malgrado le proteste e le grida di dolore degli intellettuali”.
Quello che possiamo sapere è un magnifico racconto ammonitore su ciò che crediamo di sapere della storia. Gli storici possono raccogliere tutto ciò che è stato registrato su una persona, un evento, un’epoca, ma questo è tutto ciò che ottengono.
La prima parte è ambientata nel 2119 in un mondo post-riscaldamento globale in cui la popolazione si è dimezzata, i mari interni si sono estesi su tutto il globo e gran parte della varietà, della ricchezza e della natura del pianeta sono scomparse.
Ruota attorno a una poesia: “Una Corona per Vivien”, scritta nel 2014 da un famoso poeta di nome Blundy e recitata una sola volta, prima di scomparire misteriosamente dalla faccia della terra. Una “corona” è una sequenza di sonetti collegati tra loro, ognuno dei quali inizia con l’ultimo verso del precedente, e il cerchio si chiude con la ripetizione del primo verso alla fine. È una forma costruita sul ritorno e sulla precisione, un emblema appropriato per un romanzo che si muove in silenziosi cicli di memoria e conseguenze. Attorno a questo mistero, McEwan costruisce una rete di relazioni: un matrimonio segnato da affetto e segretezza, amicizie tormentate da tradimenti e lealtà e una fragile rete di studiosi che cercano di restare uniti mentre il passato sfugge.
Uno studioso del futuro, Tom Metcalfe, uno dei protagonisti principali, è un accademico affascinato dal passato che ricerca la poesia e, nel farlo, i confini tra la sua ossessione per un’opera d’arte perduta e le persone e il mondo a cui apparteneva si fanno sfumati. Gli archivi della nostra era digitale gli forniscono un’abbondanza di dettagli sulla vita e i tempi del poeta, di sua moglie Vivien (per la quale la poesia era stata scritta) e delle persone presenti alla leggendaria cena in cui fu udita un’unica volta, ma offrono poche informazioni sulla sua sorte negli anni successivi, quando disastri naturali e provocati dall’uomo inondarono vaste aree del pianeta e condussero la popolazione all’isolamento fisico e intellettuale.
Il ritmo di questa prima parte è a tratti ipnotico. È la storia di un passato quasi idilliaco che suona un po’ comico perché si dà il caso che sia il nostro presente e non sembra affatto idilliaco. È la visione di un futuro distopico, tanto più agghiacciante perché le sue catastrofi sembrano fin troppo plausibili. Ian McEwan evoca un mondo che non è esattamente finito, ma che ha perso la sua stessa coerenza. La civiltà persiste, più fragile e precaria. I mari si sono innalzati, gli archivi sono conservati sulle alture e l’Inghilterra si è frammentata in un arcipelago. Eppure i sopravvissuti mantengono una disarmante civiltà. Leggono poesie, discutono le sfumature di una conversazione a cena di tanto tempo fa e passeggiano nel loro mondo in rovina, ma affascinante. È una distopia molto britannica: misurata, malinconica e di una cortesia disarmante. L’Inghilterra di McEwan non lotta per sopravvivere, sta imparando a convivere con la propria estinzione.
La ricerca di Metcalfe di “Una Corona per Vivien” diventa il simbolo di tutto ciò che la civiltà ha perduto: arte, memoria, intimità, certezze.
McEwan crea tensione tra intelletto ed emozione che permeano ogni relazione del romanzo. Scrive con l’intimità di un romanziere che si occupa di questioni domestiche: la sua attenzione si concentra su come le coppie si parlano senza capirsi, su come l’amicizia si trasformi in dovere, su come l’amore si indurisca in abitudine. Persino in questo futuro frammentato, sono le relazioni, non le idee, a dare ritmo al libro. La stessa reticenza che caratterizza la sua narrazione – il suo rifiuto di spiegare troppo – definisce anche i suoi personaggi. Vivono e amano negli spazi tra ciò che si può conoscere e ciò che si deve intuire. I legami umani diventano centrali. Ciò che McEwan alla fine rimpiange non è solo la conoscenza, ma la vicinanza, la possibilità di conoscere veramente un’altra persona.
Il tono del libro è pacato, cupo e riflessivo, ma sotto gli esercizi e le discussioni in gran parte accademici e intellettuali si celano colpi di scena ricchi, sordidi e spesso inaspettati. La storia, in definitiva, svela realtà complesse, segreti e poste in gioco di vita o di morte nel passato, così come complicazioni e sorprese nelle relazioni, nelle carriere e nelle considerazioni sul futuro del presente.
È un’opera costruita con immaginazione e profondamente ponderata, con un ritmo lento e, trattandosi di McEwan, maestro del thriller psicologico da decenni, non si può fare a meno di sospettare che ci stia solo cullando verso lo shock del ritmo incalzante e del cambio di tono della seconda metà del libro, che è ammaliante. Una volta lì, le pagine volano, la costruzione ha un senso perfetto e si viene travolti dall’abilità e dalla malizia di un narratore navigato al culmine della sua carriera.
Questo è un thriller letterario, incorpora nella narrazione l’amore dell’autore per la parola scritta e per tutti coloro che la mantengono viva, le sue riflessioni su ciò che lasciamo in eredità ai posteri e su come il presente si trasformi in un passato mitizzato, purificato dalle sue realtà più basse. È una lettura allettante, a patto di avere abbastanza fiducia nell’autore da permettergli di dimostrare che “ciò che possiamo sapere” non sempre coincide con ciò che dovremmo sapere prima di affermare di aver compreso la verità. Il passato è reale tanto quanto è una costruzione. Il romanzo ci invita a riflettere su quanto la nostra storia individuale e collettiva venga manipolata a beneficio di una mitologia idealizzata di cui abbiamo tanto bisogno, ricordandoci al contempo, con delicatezza, che “la nostra lealtà ultima deve essere verso il presente rumoroso e spietato“.
In assenza della poesia vera e propria, Tom si affida alla lettura e alla rilettura di ogni nota, messaggio, email, pagina di diario, intervista o articolo sui Blundy e sugli altri sei partecipanti alla cena di compleanno in cui la celebre poesia fu letta ad alta voce. Questa ricostruzione degli eventi del 2014 solleva questioni spinose sull’influenza della storia sul linguaggio, sul ruolo della biografia nella valutazione e comprensione della letteratura e sull’uso della speculazione nella narrazione storica. Tom è convinto che una copia esista e che prestare attenzione ai dettagli degli eventi passati lo aiuterà a trovarla.
Si trova anche nel bel mezzo di una storia d’amore con la sua collega Rose, alle prese con le dinamiche politiche universitarie e con una forte nostalgia per un periodo storico che noi lettori conosciamo bene, il tutto mentre cerca di sopravvivere in un mondo più povero, più umido e più pericoloso. Tom diventa una guida preziosa per apprezzare le cose che ci circondano e che dovremmo custodire finché sono ancora presenti, come le farfalle, l’assistenza sanitaria e uno qualsiasi dei nostri piatti preferiti.
«Arriva senza preavviso, come uno schiaffo, la nostalgia anche se il termine mal si addice a un posto che non ho mai visto. Eppure mi prende, in fondo al cuore, una strana fitta di piacere misto a pena, un anelito, una meraviglia, una tristezza. Questo anelito per qualcosa che non si è conosciuto e che è andato perso meriterebbe una parola tutta sua, perché va al di là della nostalgia, è la smania per qualcosa che un tempo era noto. Non proprio un tormento, ma nemmeno una risorsa. Quel misto di piacere e pena è emotivamente devastante, impedisce la concentrazione.»
E, naturalmente, gran parte di ciò che Tom “apprende” è speculativo, frutto del suo intenso tentativo di immaginare il passato.
Man mano che l’autore approfondisce la questione, il piccolo gruppo che ascoltò la poesia nel 2014 si fa più complesso, e il rapporto di ogni individuo con essa si modifica. Alla fine, assistiamo a Tom e Rose che rischiano letteralmente la vita per scoprire la verità su una poesia che si rivela essere al di là di ogni loro (o nostra) aspettativa.
Sulla seconda parte del romanzo che si svolge principalmente all’inizio del XXI secolo non rivelo nulla per non rovinare la sorpresa al lettore.
Il romanzo mescola un futurismo cupo con una pungente satira sul destino della letteratura in un mondo indifferente, prima di assumere la forma di un avvincente thriller sui doveri coniugali e il senso di colpa.
Parallelamente, c’è una critica pacata ma penetrante della nostra mentalità: sulla guerra, sul cambiamento climatico. Non grida, non predica. È una distopia che si insinua piuttosto che esplodere, ed è tanto più potente proprio per questa moderazione. Un progetto audace intriso della sua caratteristica bellezza e rigore, con una forte enfasi sul pensiero piuttosto che sul sentimento. La prosa rimane raffinata, ogni frase accuratamente calibrata. L’autore possiede una notevole capacità di prendere concetti astratti e renderli in un linguaggio lucido, persino lirico. Ci sono momenti in cui scienza, letteratura e storia si intrecciano in modo mirabile, e il lettore riconosce l’intelligenza e la chiarezza che hanno contraddistinto la sua carriera. Un’esplorazione coraggiosa e ambiziosa dell’incertezza che sfida più di quanto conforti e ricorda perché McEwan rimane una delle voci più vitali e amate della narrativa contemporanea.
In contrapposizione forse c’è troppa ostentazione di erudizione nelle prime 50-75 pagine, riscattata dal modo in cui affronta il tema del cambiamento climatico che è uno dei punti di forza del libro.
Infine, gli espedienti. Si ha la sensazione che McEwan aspetti costantemente che qualcosa accada. Al di là dei colpi di scena e dei cambi di prospettiva, nel libro c’è solo una trovata che conta davvero, ed è uno stratagemma ENORME. Divide il libro letteralmente e figurativamente in due parti diversissime. Funziona e poi, in un certo senso, non funziona, perché avrei voluto un terzo atto per dare coerenza al tutto.

