Recensione a cura di Elia Banelli
Da Hammett a Chandler, la figura letteraria del detective privato è connaturata al sentimento americano più intimo e viscerale: il classico uomo solitario che affronta lo straripante caos del mondo, armato della propria intelligenza, di una sovrabbondante dose di intuito e istinto, oltre che di un codice morale personale e non privo di eccessi di relativismo.
Il genere “noir” ha sempre raccontato la lotta romantica dell’individuo, ma Jonathan Lethem, con Motherless Brooklyn, compie un’operazione audace e originale: innesta su questo tradizionale corpus narrativo un punto di vista inedito, quella di Lionel Essrog, detective improvvisato, affetto dalla sindrome di Tourette.
Il vero protagonista del romanzo non è dunque la trama in sé – un’inchiesta non ufficiale sulla morte del mentore di Lionel, Frank Minna – quanto la potenza espressiva e semantica del linguaggio.
Il nostro eroe contemporaneo non può fare a meno di contare, storpiare le parole, eseguire una serie di movimenti compulsivi, in una coazione a ripetere che esplica il suo flusso di coscienza, insieme gabbia e strumento interpretativo della realtà circostante.
Lethem trasforma così la malattia in un singolare percorso poetico: i tic verbali di Lionel diventano una lente prismatica attraverso cui il lettore percepisce l’atmosfera di Brooklyn e i suoi ritmi contraddittori.
“Il mio comportamento non aveva assolutamente niente a che vedere con la ribellione adolescenziale. E quindi per gli altri ragazzi non rivestiva alcun interesse. Non ero un duro o un provocatore, e non ero caratteristico, autodistruttivo o sexy. Non parlavo una segreta lingua controculturale, non sfidavo l’autorità, non sventolavo nessuna bandiera. Non ero neanche uno dei due o tre taciturni, svagati punk rocker vestiti di pelle che venivano regolarmente picchiati per la loro sfrontatezza. Io ero semplicemente pazzo.”
La prosa si trasforma in una vibrante sessione di jazz, da cui emerge il culto dell’improvvisazione controllata, la sincope, i riff ossessivi. Non è un caso che il romanzo dissemini riferimenti musicali, da Prince ai talking heads della radio, stratificando il rumore bianco della città.
Il titolo del libro è un chiaro gioco di parole che include il senso dell’opera. Motherless, “senza madre”, è Lionel, orfano cresciuto in istituto; ma sembra esserlo anche la stessa Brooklyn, sullo sfondo di una New York in perenne trasformazione, orfana di un’identità stabile e definita.
Lethem, nato e cresciuto in quella foresta urbana, restituisce al lettore una mappatura affettiva: Carroll Gardens, Court Street, i ristoranti italiani, le cabine telefoniche, i vicoli dove il crimine appare come una costante imprescindibile della quotidianità.
Lethem sembra rivendicare per la “sua” Brooklyn il mito di Los Angeles per i classici del noir. E siamo sicuri che Raymond Chandler sarebbe entusiasta di questa innovativa trasposizione umana, territoriale e concettuale.
Non a caso, inoltre, Lethem richiama i suoi nodelli di riferimento letterari: la figura di Frank Minna strizza l’occhio ai patriarchi ambigui di Hammett, l’indagine presenta la struttura del whodunit, i dialoghi echeggiano la durezza laconica del pulp. Il pastiche però non si limita a parodiare con una tecnica colta e ben celata. L’autore contamina il genere con una grammatica condivisa per poi decidere un’opera di sovvertimento interno. Il detective è così ben lungi dall’eroe romantico che ristabilisce l’ordine e l’equilibrio esterno, finendo per trasformarsi in un uomo solo alla spasmodica e quasi opprimente ricerca, attraverso lo strumento improvvisato dell’indagine, di attribuire un senso metodico alla propria esistenza frammentata.
Nel solco di questa linea narrativa, Motherless Brooklyn dialoga con la grande tradizione del romanzo postmoderno americano, da Pynchon a DeLillo, evitando di cedere all’ermetismo e conservando una trama leggibile e avvincente quanto basta per non stancare il lettore (ogni tanto il rischio si corre, ma Lethem è abile a sviarlo, riconducendo la trama sulla retta via).
Alla fine, non rimane che la voce commuovente di Lionel: la sua lotta per affermare, per nominare, per contenere il mondo in un’apoteosi di frasi che non smettono di sfuggirgli.
La sindrome di Tourette diventa metafora della condizione dello scrittore (e del lettore) di fronte al linguaggio: lo abitiamo, ma non lo controlliamo fino in fondo; ci definisce, ma rischia di tradirci.


