Mafiaville
A Gela, negli anni ’80, la città è un gioco in scatola. Le strade sono caselle. I quartieri proprietà. Gli uomini pedine. Cosa Nostra e Stidda se la spartiscono come su un tabellone: si compra, si conquista, si elimina. Solo che qui non si paga in denaro, ma in sangue. Tano U Trunzu, sicario infallibile e ambizioso, deve reclutare un esercito di ragazzini pronti a uccidere per salvare il suo clan. Dall’altra parte, Turi U Mulu, figlio del capo della Stidda, vuole chiudere la partita una volta per tutte e prendersi la città. Ogni mossa è un omicidio. Ogni errore è una condanna. Perché a Gela il piombo è democratico. E chi esce dal gioco, non rientra più.
Hai letto anche tu il libro? Lasciaci un commento…
lidia_delgaudio
Penna Esordiente
Lidia Del Gaudio
Nata a Napoli, appassionata di musica, pittura e filosofia, il suo cuore batte per le atmosfere cupe della letteratura: gialli, mystery, fantascienza. Stephen King, Isaac Asimov e la tensione perfetta dei film di Hitchcock. Dal 2014 ha costruito passo dopo passo il suo percorso nel thriller e nel noir italiano, pubblicando racconti e romanzi che le hanno regalato soddisfazioni e premi: il Garfagnana in Giallo, il Gran Giallo di Cattolica, il Premio Scerbanenco Lignano. Nel 2019 ha pubblicato Il delitto di via Crispi n. 21, (Fanucci) un giallo storico che ha avuto un’accoglienza speciale soprattutto per la proposta allo Strega, seguito nel 2021 da Il delitto di Vico San Domenico Maggiore. Nel 2023 ha vinto il Neroma Noir Festival con Filastrocca in Nero (Libraccio Editore, 2024), un intreccio di tensione, psicologia e immaginario misterioso. Per Delos Digital, ha pubblicato il racconto lungo Io vagabondo e il romanzo mistery I colori del male. https://www.facebook.com/lidiadelgaudioautrice/ https://lidiadelgaudio.it/

Recensione a cura di Lidia Del Gaudio

Un romanzo corale e spietato che racconta la guerra tra clan che insanguinò Gela negli anni ’80

“Mafiaville” è il nome che il quotidiano francese Le Monde dette a Gela all’indomani della Strage della Sala Giochi, e da quella definizione, ferita che ancora sanguina dopo quasi quarant’anni, come scrive l’autore nella lettera finale alla città, prende il nome il romanzo di Gabriele Cantella (iDobloni Edizioni, 2026).

Diciamo subito che il libro non fa sconti, non cerca mediazioni, non si preoccupa di rendere il crimine presentabile, ma lo mostra per quello che è, in tutta la sua volgarità e in tutto il suo orrore, attraverso una galleria di personaggi tratti dal sottobosco criminale gelese. Sicari, boss, gregari, figli cresciuti a pistolettate, prendono vita ciascuno con il proprio soprannome dialettale e la propria voce. Tano U Trunzu, sicario di Cosa Nostra che suona il violino di nascosto e si considera un Bruto in attesa del momento di pugnalare i padroni. Turi U Mulu, giovane rampollo della Stidda con il talento per i colpi di mano e il vizio del gioco. Saro Lapazza, il più giovane e il più freddo di tutti, occhi da belva che non ha bisogno di ragioni per sparare.

Il meccanismo narrativo è preciso: ogni capitolo assume il punto di vista di un personaggio, restituendo dall’interno la logica, se così si può chiamare, di un mondo che ha le sue regole immutabili e spietate. Il risultato è un affresco che non prova a moralizzare in superficie, ma lascia che siano i fatti a parlare. E quelli condannano, pagina dopo pagina.

La cosa che più colpisce nel romanzo, però, e rappresenta il suo principale punto di forza, è la prosa di Cantella. Una scrittura difficile da dimenticare, graffiante, densa di sicilianismi e di un umorismo nerissimo che invece di alleggerire, come si potrebbe pensare, rende tutto più reale e crudo.

La lingua ha consapevolezza letteraria. I soprannomi ,U Trunzu, U Mulu, U Passuluni, Sandocane, sono già un romanzo nel romanzo: contengono storie, gerarchie, ironie feroci. I paragoni, improvvisi e fulminanti: un boss che munge la capra nell’orto perché “picuraro c’era nato e non se lo toglieva di dosso”, un giovane killer che prega la Madonna un istante prima di non avere più una testa con cui farlo.

La città di Gela stessa emerge come personaggio vivo e straziato: un “formicaio da cui le formiche fuggono disperse”, un luogo in cui “il momento è sempre giusto per morire”. E la Lettera a Gela che chiude il romanzo, firmata dall’autore, spezza il tono narrativo per rivolgersi direttamente alla città: un atto di accusa e di amore insieme, che rimette in prospettiva tutto quello che si è letto.

Ottima l’architettura a mosaico, in cui i destini si incrociano, si scontrano e si chiudono, spesso nel modo brutale che ci si aspetta, a volte in quello inatteso che ci sorprende. E seppure la struttura corale richiede un lettore disposto a seguire più fili contemporaneamente, Cantella governa il materiale con mano ferma: non si perde tra i personaggi, mantiene il ritmo e sa quando accelerare e quando lasciare che una scena respiri.

La scelta di non costruire un eroe, offrendo una via di uscita facile, come quella di non concedere redenzioni consolatorie, è la più onesta che si potesse fare rispetto a ciò che si racconta. La mafia non è romantica, la violenza non è esaltante: lo stile del libro lo dice in ogni pagina, anche quando, soprattutto quando, il lettore potrebbe essere tentato di simpatizzare con un personaggio.

Mafiaville è dunque un romanzo significativo, scritto con una voce originale e riconoscibile, capace di restituire la tragedia di una città senza trasformarla in documento o, peggio, in spettacolo.

Gabriele Cantella sa che la letteratura può fare quello che il giornalismo e la storia non sempre riescono a fare: mettere la carne e il sangue intorno alle statistiche. E lo fa con una intensità che non lascia indifferenti.

Dello Stesso Genere...
Noir
felix77
Come la rosa

Recensione a cura di Dario Brunetti La casa editrice Rizzoli ha ideato un’originale collana legata ai dieci comandamenti con prestigiose firme al femminile del panorama

Leggi Tutto »
Noir
etodaro
E’ notte sul confine

Tante sono le città, grandi o piccole, che sono fonte di ispirazione per tantissimi autori. Trieste sicuramente rientra tra queste, e Trieste da a Pietro

Leggi Tutto »
Noir
rcolombo
L’ammiratore

Recensione a cura di Rita Colombo Una Bologna né dotta, né grassa, né accogliente quella raccontata da Roberto Carboni nel suo settimo romanzo, “L’ammiratore” –

Leggi Tutto »

Lascia un commento