L’ultimo m’accompagna
Dieci racconti come dieci fenditure nel reale: in ognuna di esse si intravede un’umanità fragile e feroce, capace di compassione e di abisso. Con una scrittura che non fa sconti – ironica, spietata, a tratti lirica – Al Gallo racconta l’Italia delle periferie e dei centri borghesi, le ferite della storia e i paradossi del presente, l’istinto di sopravvivere e quello, altrettanto potente, di arrendersi. Il racconto d’apertura, L’ultimo m’accompagna, dà il titolo all’intera raccolta e ne è il manifesto: la fine non è mai davvero una fine, ma il punto in cui la vita si rivela per quello che è. Ogni storia mette in discussione certezze, smonta luoghi comuni, illumina zone d’ombra in cui tutti – prima o poi – ci riconosciamo. In queste pagine l’ordinario diventa eccezionale e il destino di chi non conta niente rivela la misura più autentica dell’umano.
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Appena uscito in libreria e un ottimo compagno di viaggio. Al Gallo ci porta dentro la sua città, Napoli, fino a scoprirne intimi segreti.

Dieci racconti stretti l’un l’altro che raccontano la vita della città, della periferia e di ciò che ruota loro dentro e intorno. Storie che possiamo incontrare e incrociare ogni giorno nei telegiornali, nei salotti televisivi o andando al lavoro. Ci sono strade, stazioni, piazze e finestre che raccontano, come in un diario, la vita vissuta o alla quale si soccombe.

I personaggi che si presentano tra queste pagine, li vediamo nei luoghi vicini a noi, perché cambia la città ma i problemi sono gli stessi, in quel detto invisibile per il quale tutto il mondo il paese, anzi tutto il paese è mondo. E, in un mondo che corre i cento metri, sarebbe giusto fermarsi a guardare tutti e quattro i lati intorno a noi, sopra e sotto, allora sicuramente scopriremmo che c’è molto e, quel molto, spesso non ci piace.

Eppure ogni storia ha il suo risvolto positivo, non sempre il classico vissero felici e contenti, magari è solo un accomodarsi, oppure un positivo livello di accettazione per sopravvivere, o anche un vedere e passare oltre perché in fondo va bene anche così. Chi siamo noi per decidere qual è il limite tra giusto e sbagliato? In un mondo che ci costringe a fare i conti ogni giorno con cose, persone, sentimenti e accadimenti, non possiamo fare altro che difenderci.

Al Gallo ci sbatte sul tavolo tante cose, in modo crudo, diretto, ma mai sgarbato. I suoi protagonisti recitano la loro parte in modo perfetto, contrastando i loro difetti con voglia di vivere e di riuscire, cercando di essere più puliti che possono ma, nei momenti in cui i sentimenti vengono a galla, riescono a spiegarsi in maniera eccellente con l’uso del dialetto. E questi personaggi hanno ricevuto premi e menzioni, perché nei racconti, seppur brevi, quando non si scrive di fantasia o fantascienza, la verità va rappresentata e va contestualizzata nel momento storico in cui si mette in scena la vicenda.

Una cosa negativa in questo libro l’ho trovata: mi è mancato l’indice, ma non credo sia una decisione dell’autore. A lui posso solo contestare, in maniera bonaria, l’aver preferito scrivere un racconto quando, per almeno un paio di testi, avrebbe potuto comporre un bel romanzo.

Fiori o spine dipende da noi, giudicati o giudicanti dipende da noi, mano tesa ad aiutare o ad affogare dipende sempre e solo da noi… e L’ultimo m’accompagna.

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