Nel cuore gelido della Carnia del 1944, dove la neve non è l’unico peso a gravare sulle spalle e l’inverno sembra non avere fine, si combatte un’altra guerra. Non quella dei fucili e delle trincee, ma quella delle madri che devono fare il sapone con le galline morte, delle figlie che non possono più sognare l’amore, delle nonne che pregano in silenzio mentre i nazisti bussano alla porta. L’altra guerra, il nuovo romanzo di Raffaella Cargnelutti edito da Mursia, racconta con delicatezza, forza e precisione storica questo fronte dimenticato: quello delle donne, delle civili, delle giovani a cui la Storia ha rubato la giovinezza.
Attraverso gli occhi della giovane Dora, una ventenne cresciuta troppo in fretta, Cargnelutti dà voce a un femminile collettivo e coraggioso, a quella “resistenza invisibile” fatta di piccoli gesti, sacrifici e silenzi carichi di significato. Non si tratta di un romanzo in cui i protagonisti impugnano armi, ma di una narrazione in cui ogni scelta quotidiana può costare la vita: accogliere uno sfollato, offrire un bicchiere di vino, nascondere un pensiero.
La scrittura è intensa, evocativa e asciutta: le immagini non indulgono mai nella retorica, ma colpiscono con forza. I piedi scalzi di un cadavere abbandonato sulla strada, la miseria raccontata nei vestiti rattoppati e nelle mutande contate, la paura che congela il cuore al rombo degli aerei alleati. È un romanzo che si legge con il nodo in gola e che lascia tracce profonde.
Il fulcro emotivo del libro è proprio l’albergo “Al Sole”, luogo simbolico che diventa rifugio, campo neutro, spazio di tensione e incontro, e che rappresenta la trincea domestica dove si consuma l’altra guerra. In questo microcosmo, Dora vive con la madre Rita e si confronta con altre figure femminili: la dolce cugina Miriam, la triestina sfollata Virginia, la severa nonna Margherita. Insieme formano un coro di voci, silenzi e scelte che portano avanti la resistenza civile, quella che si oppone non solo agli occupanti, ma anche alla miseria, alla paura e alla perdita della dignità.
Nel romanzo, la guerra entra nelle cucine, strappa via il miele, il vino, i figli. Eppure, la narrazione non rinuncia alla tenerezza e all’ironia: come nella scena in cui Dora si fa tagliare i lunghi capelli da Virginia per assomigliare a una diva dei rotocalchi. È un piccolo gesto di libertà, di autoaffermazione, che in tempo di guerra assume un significato potentissimo.
Ma L’altra guerra non è solo un racconto femminile. È anche un atto di giustizia storica. Con questo romanzo, Raffaella Cargnelutti riporta alla luce storie vere, episodi dimenticati, volti anonimi che hanno fatto la Resistenza senza proclami, ma con l’integrità dei gesti semplici. L’autrice intreccia memoria e finzione con maestria, facendo della Carnia un personaggio vivo, dolente e bellissimo, e regalando alla narrativa italiana un’opera che parla tanto del passato quanto del presente.
Oggi, in un tempo in cui la parola “resilienza” è inflazionata, questo libro ci ricorda il significato più autentico del verbo “resistere”: non arrendersi alla brutalità, rimanere umani, custodire i valori della convivenza, della libertà e della giustizia, anche quando sembra impossibile.
L’altra guerra è un libro necessario, che colma un vuoto nella memoria collettiva e che merita di essere letto, discusso, condiviso. È un invito ad ascoltare chi, fino a oggi, non aveva potuto raccontare. Perché la guerra si combatte anche dove non si spara, e la pace si costruisce anche nei silenzi delle donne.


