Lorenza Ghinelli nella Stirpe e il sangue ha la penna spietata della letteratura gotica. Il libro ci fa fiondare nell’anno 1442 in Valacchia, Romania. Un sottofondo arido e senza tempo ci accompagna nella lettura e si muove tra la resistenza di una generazione di donne e le maledizioni dei fragili. Lo senti il freddo che trapassa le ossa e la fame che acceca la logica e stringe le viscere. Perché la Ghinelli ha uno stile che squarcia la pelle e ti placca la gola senza lasciare scampo. I suoi personaggi, che si spostano fra fantascienza e la cruda realtà, hanno il coraggio di vivere su quel terreno che odora di cenere e di
L’autrice mischia la storia dell’esercito ottomano con le piccole speranze di vita. Sopravvivere è il verbo, legami è il sostantivo. E poi ci sono le illustrazioni di Darkam. Ancestrali, cannibali e melanconiche che, a ogni inizio capitolo, ti trasportano in una favola buia divorata da incertezze, una realtà immaginifica fatta di mostri e soprusi dove, chi si salva, ha la pelle afflitta da cicatrici e squame.
La voce della Ghinelli scartavetra carni lacerate dal dolore e lo fa con un ritmo serrato che muove i passi nell’orrifico e, allo stesso tempo, ne prende le distanze. Sì, perché l’orrore in questa storia riflette, nella sua stratificazione, anche il senso di liberazione da esso. Una liberazione che e-stirpa la luce attraverso sguardi, ribellioni e istinto.
In questo libro la Ghinelli mantiene la stessa qualità dei Divoratori e delle Visioni di Nina ma con uno spessore di originalità senza precedenti.
