Esistono professioni che hanno un risvolto pratico di vitale importanza: il consulente in grafologia è una di queste.
Miscelando esperienze dirette con lo studio della “sublime” arte del delitto, Nunzia Scalzo – siciliana doc, cresciuta in ambiente mitteleuropeo – ci regala nel suo romanzo d’esordio La regola dell’ortica edito da Feltrinelli, un ben riuscito giallo, dove le esperienze personali si mescolano alla riscoperta di un delitto patinato, ormai dimenticato, un freddo cold case che svela trame e misteri, scoperchiando vasi di Pandora familiari, e trasformando – sovrapponendolo al passato – perfino il presente. Perché nulla è per sempre: né il bene né tantomeno il male. E la verità è sempre nascosta – pare davvero il caso dirlo! – tra le righe, nella scrittura vera o presunta, che la grafologa forense Bea Navarra, alter ego dell’Autrice, è chiamata a interpretare accompagnata dal giornalista amico Domenico Grimaldi, spalla e gregario.
Una carabina carica, in casa.
Parte da questo macabro particolare – a cui oggi siamo molto usi grazie alle cronache americane – la storia di Norma Speranza, una giovane moglie che stando alle confidenze del marito non aveva superato lo choc per un aborto, nonché il rancore per una “bella” lettera anonima che ci immerge nella temperie del tempo (Catania, 1965 ndr).
Indicata come “pazza” – e la letteratura siciliana ci ha spesso abituato a questo comodo cliché patriarcale; basti ricordare in primis Pirandello – si sarebbe suicidata in modo tragico e plateale, rivolgendo contro sé stessa, la devastante arma.
Abitato da giovani sposi, ma livido, trasudava tristezza quell’appartamento, ricorda il commissario Fides in un suo report. Dunque questa ricostruzione, corroborata da un bigliettino che la grafologa Navarra dovrà verificare, fa acqua da tutte i buchi.
Alcuni familiari all’epoca dei fatti, ma anche in seguito, sostengono si tratti di un falso: Norma era una donna vitale! Per quanto provata, non avrebbe rinunciato alla vita che in fondo amava, e riempiva di interessi diversi.
E allora cosa si nasconde dietro questo macabro, e probabilmente inscenato, suicidio?
È questo che la nipote di Norma vuole sapere.
Decisa a rendere omaggio, sebbene postumo, all’onore e alla memoria della suicida, la grafologa Bea Navarra comincia a sondare il terreno, studiando il bigliettino, cercando di ricostruire gli eventi; incontrando i pochi testimoni oculari ancora vivi, oppure redivivi grazie ai documenti d’archivio che fotografano vizi, virtù aspettative degli Anni Sessanta sempre immersi nelle scartoffie, nei documenti.
È questo, infatti, un giallo d’ufficio, per così dire, che ben restituisce le movenze dei protagonisti calati negli archivi, ma non per questo avulsi da “squisite” divagazioni esterne: una “granita alle mandorle tostate”, ben ci sta!
È una professionista fuori dagli schemi, Bea,con un figlio che sverna in Svizzera, e il testamento di un notabile locale, Nino Rasà che sarebbe stato indotto dalla badante straniera a intestarle tutti i suoi averi.
Tra neomelodici locali che starnazzano in napoletano, un gran melò musicale, e cene improvvisate, il tran tran di Bea è ravvivato dal fido Domenico, giornalista d’assalto sempre pronto a scavare nelle emeroteche, a contattare persone; a ridare brio a una storia impolverata, finita nell’ultimo cassetto dell’archivio cartaceo.
In questo mondo di carta, appunto, tra perizie, CTU e ricostruzioni, la protagonista cercherà di sbrogliare una matassa che diventa via via più intricata, e come detto nell’incipit ha conseguenze che si radicano attraverso il tempo, fino al presente.
Una lettura vivace, spigliata, contraddistinta da una sottile e ben calibrata ironia che ci restituisce sempre l’intimo dei personaggi, attraverso un io narrante che è senza dubbio riuscitissimo. Raccontare ciò che si conosce è di fondo una regola aurea, che a volte viene trascurata, ma resta architrave dei buoni libri.
E La regola dell’ortica è di sicuro un ottimo libro!

