La Gran Mamma
Un tragicomico tribunale, sei pericolosi camorristi, una donna capace di sbaragliarli tutti. Napoli, 1944. Il Natale è ormai alle porte e in casa di Calogero Martorio, Mammasantissima della camorra, è in corso una cena con tutti i capi dei Quartieri per decretare la condanna a morte di Carmine Atriere, un giovane delinquente accusato di aver ammazzato Zumpatiello, braccio destro del potente Tommaso Cacace. Le testimonianze sembrano tutte concordi: il ragazzo, vilmente, ha accoltellato alle spalle Zumpatiello, assassinando non solo un uomo d’onore ma il padre di cinque figli. Quando tutti i presenti sono ormai pronti al voto, qualcuno si rende conto che al tavolo manca un partecipante per raggiungere il numero dispari, necessario perché la decisione sia valida. Viene quindi chiamata a sedersi Donna Filomena, moglie di Martorio e matrona arguta e verace, a cui eccezionalmente vengono garantiti gli stessi diritti e doveri degli uomini. Fin da subito, però, la versione di Tommaso Cacace non convince la padrona di casa che, aiutata dalla stralunata servetta Concettina, smonterà una dopo l’altra le versioni dei camorristi e ribalterà una sentenza che pareva già scritta, portando alla luce una verità inaspettata e impensabile. Una cena dai risvolti farseschi ambientata in un basso partenopeo, che ricorda le migliori commedie di Eduardo De Filippo, un romanzo corale in cui spicca la figura di Donna Filomena, energica e vitale, capace da sola di sovvertire l’ordine delle cose. Con il suo stile brillante e pieno di inventiva, Alessandro Canale ci restituisce uno spaccato di Napoli alla fine della guerra tenendoci incollati alle pagine fino all’ultima riga.
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Lungi da me usare toni discriminatori, ma se si parla di camorra no si può prescindere, volenti o nolenti, da Napoli, dove ciò che conta è farsi sentire e non farsi vedere e la sua caratteristica parlata: “ sempre che vi sia comodo “. Alla caratteristica parlata è doveroso abbinare i soprannomi totalmente appropriati ed allo stesso tempo che fanno sorridere. Schiattacristiani tanto per citarne uno che compare in questa “ favola camorrista “. Napoli, la seconda guerra mondiale che cambia abitudini e comportamenti, con i relativi sacrifici, borsa nera e tessera annonaria; i quartieri spagnoli; e soprattutto il ragù con il tempo da dedicarvi che è, a tutti gli effetti, un’arte; il ruolo delle donne, in questo caso di una donna , Donna Filomena. Una donna che viene catapultata in una società di uomini, e che li domina tutti, nessuno escluso. Queste 147 pagine si sviluppano in un contesto particolare: una cena memorabile che si svolge nel caratteristico basso per la rinascita della Bella Società, e che diviene un vero e proprio tribunale. Un tribunale con una sentenza già scritta, che verrà ribaltata dalla caparbietà, dalla saggezza e dalla dialettica di Donna Filomena con ragionamento dietro l’altro, con le sue mille domande retoriche usate per le proprie verità. La Bella Società con le sue leggi dell’antico codice ed i precetti scritti da rispettare a partire dall’uccidere a tradimento: un peccato mortale. Uno spaccato di Napoli descritto da Canale attraverso figure caratteristiche che riportano alla mente Eduardo De Filippo e tanti/e altri/e.

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