Genere:
La casa stregata/L’orrore di Dunwich
Ancestrali orrori pronti a ridestarsi, misteriose aure demoniache, l’opprimente incombere del soprannaturale sulle attività quotidiane, ecco le tematiche che emergono nei racconti. La casa stregata, da molti ritenuta l’opera più celebre di Lovecraft, forse perché ispirata da una dimora realmente esistita, e “L’orrore di Dunwich”, considerato uno dei più importanti appartenenti al cosiddetto “Ciclo di Cthulhu”. Nel primo, il protagonista e suo zio, il Dott. Whipple, affascinati e, nel contempo, preoccupati dalle storie che circolano su una vecchia casa in Benefit Street, decidono di fare delle ricerche e, appurato il pericolo, di scongiurarlo con ogni mezzo, anche a costo della propria vita. Nel secondo, la nascita di Wilbur Whateley, discendente di una famiglia nota per la connivenza dei suoi membri con la stregoneria, segna l’inizio di un periodo orribile per la contea di Dunwich e i suoi abitanti.
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Recensione a cura di Roberta Castelli

Questo libro, breve ma intenso, contiene due racconti del famoso maestro dell’horror Howard P. Lovecraft. La casa stregata ci porta nell’antica cittadina di Providence (Rhode Island) dove quarant’anni prima, ci racconta l’autore, ha soggiornato Edgar Allan Poe durate il suo corteggiamento, non andato a buon fine, alla poetessa Whitman. Providence, inoltre, è il luogo natale di Lovecraft e pare che sia stato ispirato proprio da una delle case che lì si trovavano (non si sa bene se ne sia rimasta traccia) e che ha stimolato la sua fervida immaginazione.

I personaggi principali sono due: il narratore e suo zio, Elihu Whipple, medico molto razionale e conservatore di vecchio stampo. Incuriosito dalla casa per puro interesse storico-scientifico, Whipple vuole scoprire cosa abbia causato tante disgrazie agli inquilini che in passato hanno avuto la sventura di abitarci. Non abbiamo molte informazioni riguardo i due protagonisti, perché la narrazione si concentra perlopiù sull’abitazione e sulla sua storia maledetta. Il narratore e nipote di Whipple, del quale non conosciamo nemmeno il nome, ci propone un resoconto sui vecchi abitanti, tentando di trovare l’origine del misterioso problema che affligge la dimora. A tracciare questo quadro, che ci fa camminare a ritroso, sarà indispensabile il taccuino dello zio, ricco di appunti dettagliati raccolti negli anni. La porzione di casa che più di tutte esprime l’orrore della situazione è la cantina, come lui stesso ci racconta attraverso un ricordo della sua infanzia:

“Tuttavia, non era quella la zona più terrificante dell’immobile, quel primato spettava alla cantina, sebbene si trovasse a livello della strada. A causa dell’umidità, nei piovosi mesi estivi crescevano sul pavimento di terra grotteschi funghi orribili a vedersi.”

E proprio questi funghi, che spesso assumono tonalità vagamente fluorescenti e pare esalino anche singolari polveri giallastre, sono al centro dell’indagine. Sagome inquietanti e fetori terribili alimentano l’atmosfera cupa di una struttura disabitata che sembra essere posseduta da qualcosa di soprannaturale, pur non palesando la classica presenza di fantasmi. Il lettore, trasportato a Providence grazie all’abilità dell’autore, percepisce appieno l’essenza di un male oscuro del quale però non si conosce l’origine.

Nel secondo racconto, L’orrore di Dunwich, ci troviamo nel Massachusetts, in un piccolo borgo dagli stabili quasi tutti abbandonati e con l’unico negozio ancora operante ospitato in una chiesa disastrata. In questo luogo, che ormai i forestieri tendono a evitare come la peste, nel 1928 si è consumato un orrore inenarrabile. Tutto ha inizio alle cinque di una domenica mattina (è il 2 febbraio 1913), quando una donna albina e leggermente deforme dà alla luce Wilbur Whateley. La fattoria di questa famiglia ha una pessima nomea, soprattutto per la fama di stregone che aleggia attorno alla figura del vecchio Whateley e per la misteriosa e violenta morte della moglie di quest’ultimo. Le dicerie che si susseguono sono tante, le scoprirete leggendo, e accompagneranno anche la nascita e la vita di Wilbur.

“Presto fu avversato più di quanto la madre e il nonno fossero mai stati e tutte le illazioni che lo riguardavano vennero condite da riferimenti a quei supposti poteri magici un tempo attribuiti al vecchio Whateley. A ciò si aggiungeva il continuo accenno a come avevano tremato le colline quella volta che lui, nel bel mezzo di un cerchio di pietra, aveva urlato il nome di Yog-Sothoth. Perfino i cani avevano in astio il ragazzo, cosa che lo costringeva sempre a prendere adeguate precauzioni per vanificare il loro minaccioso ringhiare.”

Il suo aspetto e persino il suo modo di parlare preannunciano agli abitanti un pericolo incombente. Inoltre, il bambino cresce con una velocità anomala e a cinque anni pare già un ragazzo di quindici. Odori pestilenziali e inquietanti rumori fanno da cornice all’intero racconto, che produce orrore pagina dopo pagina, fino a sfociare in un epilogo disastroso.

Essendo storie brevi, mi risulta difficile continuare ad anticipare senza correre il rischio di rovinarvi la lettura. Posso solo dire che, in base al mio gusto, tra i due ho preferito il primo, ma entrambi contengono atmosfere uniche. Gli amanti del genere conosceranno già molto bene questo autore e tutte le sue opere; a chi invece si approccia a Lovecraft per la prima volta non posso che consigliare di aprire questo piccolo scrigno, pieno di cose terrificanti da scoprire.

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