Casa di foglie
Quando la prima edizione di “Casa di foglie” iniziò a circolare negli Stati Uniti, affiorando a poco a poco su Internet, nessuno avrebbe potuto immaginare il seguito di appassionati che avrebbe raccolto. All’inizio tra i più giovani – musicisti, tatuatori, programmatori, ecologisti, drogati di adrenalina -, poi presso un pubblico sempre più ampio. Finché Stephen King, in una conversazione pubblicata sul «New York Times Magazine», non indicò “Casa di foglie” come il Moby Dick del genere horror. Un horror letterario che si tramuta in un attacco al concetto stesso di «narrazione». Qualcun altro l’ha definita una storia d’amore scritta da un semiologo, un mosaico narrativo in bilico tra la suspense e un onirico viaggio nel subconscio. O ancora: una bizzarra invenzione à la Pynchon, pervasa dall’ossessione linguistica di Nabokov e mutevole come un borgesiano labirinto dell’irrealtà. Impossibile inquadrare in una formula l’inquietante debutto di Mark Z. Danielewski, o anche solo provare a ricostruirne la trama, punteggiata di citazioni, digressioni erudite, immagini e appendici. La storia ruota intorno a un misterioso manoscritto rinvenuto in un baule dopo la morte del suo estensore, l’anziano Zampanò, e consiste nell’esplorazione di un film di culto girato nella casa stregata di Ash Tree Lane in cui viveva la famiglia del regista, Will Navidson, premio Pulitzer per la fotografia, che finirà per svelare un abisso senza fine, spalancato su una tenebra senziente e ferina, capace di inghiottire chiunque osi disturbarla.
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Quando l’ho portato a casa con tanta fatica, l’ho poggiato sulla scrivania e lì è rimasto per un bel po’. Il mio unico pensiero era “come” riuscire a leggere questo volume che, oltre alle dimensioni (circa 25*25 cm),, pesa ben 1 kg e 250 gr! Mi sono detta che avrei dovuto farcela e ce l’ho fatta, lasciandolo sulla scrivania e mettendo post-it, segnalibri e foglietti vari in ogni pagina che mi interessava tornare a leggere.

Perché questo libro va letto così.

Innanzitutto si trova un posto dove lasciarlo. Si preparano i post-it e la matita, ma soprattutto ci si deve preparare mentalmente, come se si dovesse affrontare un rito sciamanico. Una volta iniziato, si deve arrivare alla fine; una volta iniziato o lo si ama o lo si odia; una volta iniziato, il libro è leggerissimo e aspetta solo di essere sfogliato fino all’ultima pagina, compreso le pagine bianche che sì, ce ne sono.

Consiglio di leggerlo con l’umore positivo, perché se sei triste, non riuscirai proprio a connetterti con lo scritto, anzi con gli scritti, e di intraprendere questo viaggio con amore e paura. Perché la casa di foglie è proprio una di quelle belle dimore dove nessuno vorrebbe mai aprire un mutuo per tutta la vita.

La maestria dell’autore, oltre a concepire un volume che si legge da ogni punto di vista e in diverse posizioni, è stato quello di dividere la storia, e raccontarla attraverso quattro personaggi totalmente diversi e rendere ognuno di essi, IL protagonista. Se è vero che i personaggi secondari sono davvero le spalle nella storia, i quattro pilastri del racconto lasciano vivere ogni pagina insieme a loro. C’è Johnny, che si divide tra i pensieri reali e strutturati, e i pensieri frivoli e sconnessi, dopo essersi sballato e anche pesantemente. Spesso risulta ironico e spensierato perché in fondo deve continuare a valutare quello che sta leggendo con autocritica, che non ha. C’è Zampanò, che esegue dei filmati documentaristi sulla famiglia Navidson, come se fosse nascosto e poi rilega tutto in un baule, mischiando ritagli, appunti e quant’altro, per poter un giorno ricostruire una storia che non farà mai in tempo a ricostruire. C’è Tom, capofamiglia dei Navidson, che vive questa avventura spaventosa con la moglie e il figlio, ma il solo protagonista è lui. In suo aiuto arriverà qualche amico, alcuni li perderà, altri scapperanno, altri lo tradiranno. Infine, c’è la casa, la vera protagonista della storia. Una casa molto bella e all’apparenza normale, ma che cela tanti lati oscuri, che si sveleranno poco a poco… e mai tutti.

E veniamo al punto fermo del libro. La storia mette paura e angoscia. Nonostante i personaggi, le vicende, le diverse sfaccettature di ciascun attore, in ogni pagina ritroviamo noi stessi. La casa che si modifica, crea labirinti, angoli ciechi, crea e sposta muri, provoca il buio, fa smettere di funzionare qualsiasi cosa, crea voragini, abissi e ci soffoca. Perché spesso la sensazione è proprio questa: soffocamento. Quello che ci porta paura e ci induce a pensare che i veri mostri sono nella nostra mente.

O forse no.

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