Recensione a cura di Marika Campeti
Ho chiuso questo romanzo con la sensazione di aver attraversato qualcosa di difficile da raccontare. È una lettura dura, spesso spietata. La violenza non viene addolcita né nascosta e il bello è che non viene neanche enfatizzata. La violenza è normalità. E con la crudezza di alcune scene o linguaggio, emerge la poesia, e ti travolge.
La riscrittura del mito di Medea è un’idea bellissima dell’autrice. Qui Medea non è soltanto un richiamo alla tragedia classica: diventa una presenza, una donna che arriva quando il mondo sembra averti già tolto ogni possibilità di scelta. Ogni volta che pronuncia «Mi chiamo Medea, e sono qui per aiutarti», è impossibile non pensare che, prima o poi, ogni donna dovrebbe incontrare una Medea così in un momento di fragilità. Qualcuno che non giudica, non impone, ma resta accanto.
Ho apprezzato molto anche la scrittura di Dahlia de la Cerda. È diretta, essenziale, velocissima. Nelle prime pagine ho avuto la sensazione di correre insieme alle donne che raccontano le loro storie, quasi senza riuscire a prendere fiato. Poi succede qualcosa di curioso: non ti accorgi più della corsa. Il ritmo diventa naturale e ti ritrovi completamente immersa nelle loro vite, intrecciate tra loro come una scacchiera, capitolo dopo capitolo.
È un romanzo che parla di violenza, controllo, abuso e maternità, ma anche di sorellanza, di scelta e di resistenza. Non cerca di rendere bello ciò che è terribile, ma riesce comunque a trovare spazio per la tenerezza e per la speranza.
Non è una lettura semplice e credo che proprio per questo lasci il segno. Consiglio la lettura alle donne, ma soprattutto agli uomini. C’è bisogno di più uomini che leggano storie di donne.


