Siamo alla fine degli anni ’70, forse il periodo di climax degli anni di piombo. A Roma infuria la criminalità “da strada”, quella caratterizzata dagli scippi, i furti e le aggressioni. Una banda, però va oltre: si insidia nelle zone in, abitate da ricche personalità dell’alta società, del mondo dello spettacolo e della politica. L’obiettivo è rubare, rubare tutto, ma non solo. Si picchia duro, si stupra senza ritegno, si denigra senza pietà per puro sfregio, come per ristabilire una supremazia animale che vada a sovvertire quella sociale. Questo è ciò che fa “La banda dell’Arancia Meccanica”. Sono imprevedibili, inarrestabili e, soprattutto, imprendibili. Sempre un passo avanti alla polizia, si intrufolano in ville, appartamenti di lusso, palazzi signorili. Le loro vittime subiscono, la maggior parte delle volte preferiscono tacere spinti da vergogna, paura e voglia di dimenticare gli abusi, come se non parlarne possa cancellarli.
Così la banda, composta da “cani sciolti” resi feroci da una vita di violenza e sopraffazione, agiscono indisturbati dal 1979 al 1983, quattro anni di puro terrore che gli fruttano un bottino esagerato e un’aura di mostruosità quasi soprannaturale. Nessuno riesce a identificarli né a catturarli. Come mai?
Questo quesito diventa il mantra di Marco Berilli, un cronista affamato di verità e notizie. La ricerca di informazioni e testimonianze non è affatto facile. È come se qualcuno, per qualche motivo, coprisse le tracce della banda, aiutandoli a restare invisibili, ad agire indisturbati.
La verità è paradossale e inimmaginabile.
Piccola “chicca”: alle scorribande di questo piccolo ma feroce gruppo criminale, è stato ispirato il film “L’odore della notte” con degli immensi Valerio Mastandrea, Marco Giallini e Giorgio Tirabassi a interpretare gli spietati rapinatori che nel film rapinano persino Little Tony costringendolo a cantare “Cuore matto” (nella realtà questa esperienza tragicomica coinvolse un altro cantante che troverete nel libro!)
Massimo Lugli non ha bisogno di presentazioni, né come cronista né come scrittore. La sua produzione vanta numerosissimi titoli, tutti di enorme validità. La sua scrittura è nuda e cruda; quando si tratta di dar voce agli ultimi, a quelli che – solitamente dopo trascorsi da vittime – diventano carnefici, Lugli non ha eguali. Il registro linguistico, i dialoghi, le descrizioni dei personaggi sono il suo campo; ma la maestria della sua penna essenziale e diretta è anche la straordinaria capacità di mutare totalmente quando, invece, si (ri)cala nei panni del giornalista o, come nel caso di altri romanzi, del commissario. La sua scrittura camaleontica è però inconfondibile per chi ne conosce la “voce”, sempre unica, sempre forte e chiara.
Ci sono dei tratti, nei suoi romanzi, così espliciti e crudi nella loro veridicità, che quasi disturbano senza, però, permettere MAI al lettore di staccare gli occhi dalle pagine, dall’inizio alla fine. La conoscenza della strada, della suburra romana (quella vera), unita a un talento innato nel raccontare i fatti, ha permesso e continua a premettere a Massimo Lugli di passare da giornalista a romanziere, tornando a giornalista e passando per opinionista e consulente in casi di cronaca, senza mai perdere di vista professionalità e capacità di comunicare che lo contraddistinguono.
Non ci si stanca mai di leggere i suoi libri, così come non ci si stanca di leggere i suoi articoli o di ascoltare i suoi punti di vista su ciò che accade intorno a noi. Perché le storie “nere” lui le conosce come nessun altro e, rimodellandole nei suoi romanzi, ce le restituisce in tutta la loro realtà, terribile e implacabile.
Come per tutti i suoi romanzi, “La banda dell’Arancia Meccanica” è una lettura imperdibile per chiunque voglia rivivere fatti di cronaca, respirando la verità dei fatti narrata dagli occhi di chi quella verità l’ha vissuta davvero e l’ha custodita con cura, per raccontarcela nel migliore dei modi.

